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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

venerdì 18 agosto 2017

Allo specchio.



E TI DIRANNO CHE MAMMA AVEVA PAURA DEGLI SPECCHI…

Non ti raccontano nulla e non dicono chi sei.
Spesso freddi, poco empatici, discontinui, ambivalenti e parecchio incoerenti.
Uso lo specchio giusto il tempo necessario per sistemare il rimmel e mettere la molletta tra i capelli.


Ci si sente sempre troppo soli davanti allo specchio, proprio come davanti ai grandi dolori.
E’ come declinare il domani lì dentro.
E’ come sentirsi pieni quando si è vuoti.
E’ come sentirsi vuoti quando si è pieni.
E’ una misera cornice di spazio e tempo che lascia fuori troppe cose.
E’ gonfio di paure piene di imperfezioni che si ingigantiscono ad ogni sguardo storto.
E’ come se venisse a meno la vita su quella lastra che brilla di niente.
E non è pensabile rinunciare alla vita mentre si è ancora in vita.

Io mi devo un’altra possibilità e me la devo non davanti ad uno specchio.
So che capirai anche quando...
Ti diranno che mamma aveva paura degli specchi... ma tu saprai già il perché!

Totò, ho paura anche di salire sulla ruota panoramica ma in questo caso, non so spiegarti il perché.
A chi, seppur con paura, ha dovuto imparare a non guardarsi allo specchio.

Roberta

martedì 8 agosto 2017

ANGINOFOBIA: un disturbo alimentare atipico.



Intervista a Roberta M.

Puoi spiegarci, con parole tue, cos'è l'anginofobia?
L'anginofobia è la paura di soffocare ed è assimilabile al "nodo alla gola" che una persona sente quando sta per piangere, quando prova tanta ansia, oppure quando le si chiude lo stomaco o non ha fame perché è stressata.
In realtà, è un disturbo dell'alimentazione atipico, perché va a rovinare il rapporto che la persona ha con il cibo. E' una paura che deriva da un trauma passato (es. essersi soffocato, andare di traverso il cibo), subito in un periodo in cui la persona era particolarmente debole o vulnerabile (ha sofferto un lutto o attraversa un periodo di forte stress).

Come sei venuta a conoscenza di questa fobia?
Venirne a conoscenza è difficile: se una persona non arriva alla fase "climax" di questa fobia, in cui è fortemente depressa e allora cerca qualsiasi via d'uscita, o se non ha se questa forza di volontà nell'ammettere di avere un problema e di dover cercare aiuto, allora non potrà mai uscirne.
Io ne sono venuta a conoscenza perché mi sono documentata su internet. Ora ho 23 anni, ma ho cominciato a soffrire di anginofobia quando avevo circa 13-14 anni, ed ho provato a scrivere su internet solo quando avevo 19-20 anni, perché proprio non ce la facevo più.
Su internet ci sono veramente poche pagine dedicate a questa fobia, però fortunatamente ci sono. In più poi, ho scoperto anche un gruppo Facebook di auto-mutuo-aiuto ("Anginofobia"), in cui ho trovato altre persone che soffrivano del mio stesso problema.

Ci sono dei soggetti prevalentemente colpiti o maggiormente predisposti a soffrire di questa fobia?
A soffrirne sono prevalentemente i giovani ma, soprattutto, i bambini, anche a 7-8 anni. Infatti nel gruppo Facebook ci sono molte mamme che chiedono aiuto, perché il loro bambino non mangia più, perché ha questo problema. Magari il loro bambino ha avuto un trauma del genere e non metabolizza subito che sta associando al cibo una fobia, e poi questa cosa può andare ad evolversi con l'età, tutto dipende da quando si vive e si sperimenta il trauma.

Esistono delle cause prevalenti per cui questo disturbo si può manifestare?
La causa per cui questo disturbo si può manifestare, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, deriva dal fatto che in alcuni momenti della vita si attraversano fasi difficili. Nel mio caso si è trattato della perdita di mio zio: in quel periodo ero molto debole e nel momento in cui ho avuto un'esperienza negativa con il cibo, si è manifestata questa fobia. Questa fobia si sviluppa proprio nella persona che è triste, depressa, stressata e particolarmente debole. E, in realtà, porta la persona ad indebolirsi ancora di più, perché con il passare del tempo non mangerà più, tenderà a discriminare i cibi, a catalogarli nella sua mente, con cibi più fobici e meno fobici, e arriverà a mangiare solo zuppe o cibi molto facili da deglutire (passato di legumi, verdure) e cercherà di evitare carne, pasta, pesce. Io quando stavo proprio male sono arrivata a perdere 7-8 kg.

Che relazione c'è, secondo te, tra anginofobia e disturbi alimentari? In che modo l'uno può influenzare, ed eventualmente aggravare, l'altro?
La relazione tra anginofobia e disturbi alimentari sta proprio nel rapporto che si crea tra la persona e il cibo, perché un anginofobico evita quasi ogni tipo di cibo, tende a volersi difendere dal cibo, non mangiando più o mangiando solo cibi che per lui non portano al soffocamento. Questa fobia porta la mente a distorcere l'immagine del cibo, a vederlo come un nemico, come qualcosa che può portare addirittura alla morte.

Come si cura l'anginofobia?
L'anginofobia si cura con un percorso con uno psicologo e uno psichiatra. Lo psicologo riesce a capire il momento in cui tu sei stata vulnerabile e che ti ha portato ad essere debole, e quindi a far prevalere la fobia su di te. Lo psichiatra da' la giusta cura farmacologica, prescrivendo un farmaco ansiolitico e/o antidepressivo.
Quando si manifesta questa fobia, il soggetto non la riconosce subito, quindi si sente di chiedere aiuto solo quando raggiunge un livello troppo alto di ansia. Il farmaco serve, appunto, a ridurre l'ansia che provoca questa fobia, per fare in modo che la persona sia più lucida e cerchi di associare un pensiero più positivo al cibo.
Nel mio caso, il farmaco è stato capace di ridurre l'ansia che io provavo ogni volta che mi sedevo a tavola, a colazione, pranzo, cena, merenda, o quando vedevo il cibo, e a fare in modo che piano piano io riacquistassi fiducia nei confronti del cibo e ricominciassi a mangiare. E' stato come con la tachipirina: quando hai la febbre troppo alta, prendi la tachipirina per farla abbassare.
Io andavo anche da una nutrizionista, con cui ho creato una scala dei cibi per me fobici. Teneva sotto controllo sia cibo che corpo, controllando anche il mio peso e il mio livello di idratazione. Molto frequentemente mi faceva fare anche le analisi del sangue per capire cosa la mia alimentazione scorretta poteva avere danneggiato nel mio corpo (es. carenze di ferro, legate al fatto che non mangiavo più né carne né pesce).

E tu, come ne sei uscita? Come hai superato la tua fobia? Che cosa o chi ti è stato di aiuto per venirne fuori?
"Esserne usciti" è un parolone. Ho smesso di prendere il farmaco un anno fa, quando ho interrotto anche il percorso di cura che ho intrapreso, perché mi sono trasferita a Milano. Comunque il mio rapporto con il cibo era migliorato molto, avevo ripreso a mangiare tutto. In realtà, però, circa due settimane fa mi è ricomparsa questa fobia, perché sto attraversando un periodo di stress. Posso dire che se ne esce, però si può anche ricadere in questa fobia.
Nel centro in cui ero andata era a Messina (Il Cerchio D'Oro, che si occupa di DCA in generale, e che collabora con l'Associazione Korakané) ho fatto un percorso completamente gratuito. E' stato un bene trovare lì delle persone formate e competenti, anche se al sud c'è ancora tanta disinformazione su queste malattie. Lì ho avuto la possibilità di fare anche diverse lezioni di yoga, soprattutto per la respirazione, su cui riversa molto spesso l'ansia; infatti ogni volta che mi sedevo a mangiare avevo la tachicardia e facevo fatica a respirare. Inoltre, l'anginofobico molto spesso cerca di controllare la deglutizione e a volte, per focalizzarsi sulla deglutizione, si distrae dalla respirazione, facendo pochi sospiri o trattenendo addirittura il respiro. A me è capitato di provare a vomitare, perché pensavo di avere delle cose in gola, o ad alzarmi da tavola e non concludere il pasto.

Si può superare da soli?
Non si può superare da soli, perché nel momento in cui ne soffri non la riconosci, perché non sai veramente che un problema del genere può esistere. Quando io l'avevo da piccola, non ero consapevole di poter associare un nome a quelle sensazioni che stavo vivendo o a quel disturbo che mi portava a soffrire, inconsciamente. Se a quell'età avessi saputo che si chiamava anginofobia e mi fossi rivolta ad un medico riferendogli di soffrire di questo problema, sono sicura che ne sarei uscita prima e anche con meno danni. Quando l'ansia è tanta, non riesci proprio a controllarla e questa fobia ti porta a deprimerti molto, a fare tanti pensieri negativi sul tuo futuro (es. pensare che non potrai uscire con i tuoi amici o andare in vacanza con loro perché prima o poi si vedrebbe che tu non mangi o che mangi solo passati di verdure, oppure che non potrai avere figli, perché se non mangi, non li potrai portare in grembo). Di conseguenza, ti isoli e ti deprimi. Una volta entrati in quella fase, poterne uscire da soli è davvero difficile, perché solo il confronto con un medico potrà farti capire che cosa è irreale della tua fobia.

Ti ricordi un episodio particolare o un aneddoto, relativamente alla tua esperienza, che ti farebbe piacere raccontarci?
E' l'episodio in cui mi sono resa conto di aver raggiunto il limite di sopportazione di questa fobia. Stavo mangiando la pizza e ad un tratto ho sentito un pezzo incastrato in gola, ma in realtà non era così, sentivo di non respirare, avevo provato a vomitare, ero così spaventata che ho deciso di andare all'ospedale e di farmi vedere da un medico, alle 11 di sera. Il medico non trovò nulla e tornai a casa, anche un po' imbarazzata.
Per quanto questa malattia distrugga dentro, mi ha anche dato la possibilità di conoscere nuove persone e farmi capire che è difficile mettersi nei panni delle altre persone; l'ho visto con le persone a me care. Però è anche vero che questo a volte é meglio non farlo, cioè semplicemente accettare la realtà così come è, senza giudicare. Per esempio, magari io non capirò mai un'anoressica o una bulimica, però so che loro stanno soffrendo, quindi cerco di portare rispetto per quello che stanno passando senza fare paragoni.

venerdì 4 agosto 2017

Se mi guardi, mi condanno.


Avvolgermi su me stessa, rannicchiarmi stringendo al mio petto le ginocchia sembrava davvero l’unico gesto d’affetto, l’unico contatto che potessi volere da me. Mi proteggevo e contemporaneamente mi facevo ancora più piccola di quanto già non fossi, diventando un cumulo di vestiti dal quale davvero sembrava difficile distinguermi. Stanca, triste ma pur sempre al sicuro. Solo quando in solitudine diventavo un gomitolo di stoffa, mi potevo ritenere davvero fuori pericolo da quegli sguardi non solo indiscreti ma direi addirittura letali.

Avevo sempre l’impressione che il mio corpo fosse sotto esame, che gli altri lo scrutassero attentamente e che con il loro sguardo mi dicessero che cosa non andasse. E invece ero io a leggere a modo mio i loro sguardi e non loro il mio corpo come io credevo. Non appena avevo l’impressione che i loro occhi si spostavano dal mio viso alle mie gambe, diventavo un blocco di ghiaccio. Il giudizio sulla mia persona passava nella mia testa prima dalle mie gambe, una delle parti del mio corpo che difficilmente accettavo. Leggevo perplessità, dettata secondo le mie convinzioni da gambe brutte e grosse, da fianchi larghi e troppo sporgenti. Tutto strabordava, eccedeva. Come il mio corpo era sproporzionato e vittima del troppo, anche io mi sentivo fuori da ogni argine e di troppo. Preferivo rimanere defilata e non essere di disturbo, in certe circostanze amavo rimanere in secondo piano e inosservata, un modo efficace per far sì che i miei difetti, incongruenze, causa di vergogna e umiliazione, non venissero notati se non da me. Temevo tanto gli sguardi degli altri, quando in realtà il più pericoloso era il mio, che si faceva portavoce distorto e falso di quelli altrui. Esporre la mia figura apertamente per troppo tempo sarebbe stato decisamente compromettente, quindi quando mi trovavo in compagnia ogni sedia diventava la mia compagna fidata. Quando camminavo curvavo il mio corpo, quanto bastava per cercare di nascondermi e impiegavo qualche secondo dalla sedia al bagno, per timore di dare il tempo necessario agli altri di notarmi, di poter scorgere qualche mio difetto fisico. Quindi, la solitudine in tanti momenti era l’unico modo per evitarmi ogni volta l’estenuante confronto sempre con la stessa persona, quella che dalla sedia si alzava per andare in bagno. Reduce di tutti quei messaggi di ideale di forma fisica perfetta, che avevo ereditato dalla Rosy adolescente e che si erano ben amalgamati con il mondo dissonante che mi portavo dentro, quello che stava rendendo ogni sguardo una condanna. 

Gli occhi, meravigliosi e maledetti occhi. Avrei voluto riconoscere conforto, comprensione, consenso, piuttosto che un messaggio di mortificante inadeguatezza. Un messaggio che però mi auto indirizzavo, convinta di saper leggere perfettamente il linguaggio degli altri per poi scoprire di essere completamente analfabeta. Punteggiatura, lessico, tutto doveva essere ‘reinventato’ secondo il codice dell’amor proprio. Lasciare andare ciò che avevo ‘imparato’ anche da me su di me, era un passo necessario per fare posto a quel vero CONFORTO che un paio di occhi riescono a infondere.

Rosy

lunedì 31 luglio 2017

Prendersi per mano.


Quando nel 2014 fu indetto il concorso letterario "Mi nutro di parole" dall'associazione Mi Nutro di Vita, ne rimanemmo piacevolmente colpiti.
Scrivere può essere un vero e proprio strumento terapeutico.
Per questo motivo, invitammo alcuni nostri pazienti a partecipare al concorso letterario e, aver letto successivamente il loro racconto tra le pagine del libro, fu per noi una grande gioia e un motivo di orgoglio. 
Di questo prezioso volume acquistammo subito 2 copie: una per noi ed una da prestare ai pazienti. Infatti, accade spesso che le persone con un disturbo alimentare vivano una condizione di "ambivalenza". Attraverso l'ambivalenza, da un lato desidererebbero un cambiamento, vorrebbero curarsi e liberarsi dal dolore provocato dalla propria malattia.
Dall'altro lato, invece, nutrono una grande paura del cambiamento, presentano un forte attaccamento alla malattia e una forte identificazione con essa che, nel tempo, diventa una vera e propria modalità di funzionamento.

Come fare, dunque, per aiutare queste persone a superare la loro ambivalenza?
Le difficoltà iniziali più importanti dei pazienti con ambivalenza sono:
- negare la malattia;
- sentirsi soli e incompresi;
- non credere in se stessi, nelle cure proposte e magari credere di potercela fare da soli senza alcuna terapia.

Per aiutare i pazienti a superare queste difficoltà iniziali ci sono diverse strategie. Solitamente si propone la lettura di un libro che ha lo scopo, appunto, di "agganciare" il paziente in terapia.
Uno dei libri più utili, e che personalmente utilizziamo quasi sempre è proprio "Mi nutro di parole".
È un libro suddiviso in varie lettere scritte da diversi pazienti, genitori e anche terapeuti, dove si intrecciano emozioni, lacrime, paura, dolore, speranza, guarigione e vita.
È un libro che dona la possibilità al paziente di sentirsi meno solo, di leggere altre storie simili alla sua, di dare un nome ai sintomi del suo problema e di ritrovare un briciolo di fiducia nel fatto che è possibile affrontare e guarire da queste malattie.
Il libro va prestato al paziente per un lasso di tempo stabilito (in genere una settimana) e successivamente va commentato insieme in terapia attraverso le frasi che la persona ha sottolineato oppure attraverso i post-it che ha applicato sulle pagine che ha ritenuto più interessanti o vicine alla sua storia.
Oltre al libro, un'altra strategia efficace per agganciare i pazienti ambivalenti è "parlare il loro linguaggio e provare ad entrare nel loro mondo".
Con un esempio, oltre alla lettura del libro, siamo riusciti ad agganciare una ragazza di appena 17 anni affetta da una grave forma di disturbo alimentare, parlando del suo cantautore preferito: Tiziano Ferro. Abbiamo ascoltato insieme una sua canzone dal Titolo "Mai nata" che tratta proprio il tema dei disturbi alimentari.
In questo modo, la paziente ci ha sentito vicini, suoi complici.
Si è fidata e si è sentita accolta, compresa, accettata innanzitutto come persona, prima che come paziente affetta da un problema.

Questi semplici esempi possono trasmetterci che l'unico modo che abbiamo per avvicinarci ad un paziente ambivalente e resistente alle cure è provare ad entrare, in maniera metodica ma con sensibilità e delicatezza, nel suo personalissimo mondo.
Non è facile ma è sicuramente possibile.

Dott. Mario Russo
Dott. Viviana Valtucci



domenica 30 luglio 2017

Guarire.


Hai paura di tornare indietro? 
La paura c’è sempre, c’è in tutti noi, ogni giorno. Con la paura, però, bisogna convivere. Non possiamo pretendere di non avere paura del passato o del futuro. Il passato ci segna e il futuro ci segnerà; non è detto però che questi segni non ci abbiano fatto e non ci faranno maturare. Io ringrazio “la vocina”, la ringrazio ogni istante, perché mi ha fatto prendere coscienza di quello che sono, di quello che siamo. A volte, la rimpiango. La rimpiango perché non ha più quella forza che aveva, non ha più quel grande potere su di me. Rimpiango il fatto che certi commenti e certe parole, non mi feriscano più come una volta, quasi non mi tocchino; rimpiango le crisi, i momenti di totale cecità, perché superarle era frutto di crescita. 
Rimpiango il mio corpo emaciato, e si, me ne vergogno. Contemporaneamente, mi sento in colpa, perché non sono stata abbastanza malata, mi sono fatta sconfiggere. Si, la mia parte negativa si è lasciata abbattere. Ma questo pensiero finisce qui. Infatti, ringrazio la capacità di restringere i miei pensieri in un anello circoscritto, di controllarli e raggirarli. A volte penso di tornare indietro, a volte penso che si stesse meglio prima, ma mi rendo conto che era un’utopia, quasi un’illusione, un sogno ad occhi aperti, un brutto sogno. 
Rimpiango il controllo, ma so che questa è una fase e che questo peso è momentaneo. 
Rimpiango il senso di onnipotenza, ma sulla terra di onnipotente non c’è nessuno. E non c’è nessuno che non sia influenzato dal suo passato. Pensavo che non si guarisse mai totalmente, forse, lo penso tutt’ora. Forse dobbiamo decidere noi, quando e se guarire, magari invece, quando succede, neanche ce ne rendiamo conto. Certo, la guarigione è un percorso lungo e duro, sicuramente a volte sembra irraggiungibile, ma io credo, fondamentalmente che invece di pensare a guarire, dovremmo pensare a vivere: il resto, il meraviglioso resto, viene da sé.

Anna Miglietta