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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

lunedì 11 dicembre 2017

Nessuno si salva da solo.



"Quella mattina non avevo in testa il solito pensiero malato ma ero concentrata su un unico obiettivo: volevo dimostrare che qualcosa dentro di me era cambiato, non solo a me stessa ma anche a lui, che con me non si è mai arreso".
Così Michela ci racconta di una delle serate più belle della sua vita da quando la malattia aveva rinchiuso la sua mente dentro una gabbia, impedendole di vivere. Proprio da questo verbo nasce l'associazione "Mi Nutro di Vita": fondata da Stefano Tavilla dopo che una delle numerose malattie dovute a disturbi alimentari gli aveva portato via sua figlia Giulia. Questa associazione non ha come obiettivo quello di risolvere problemi ma di sostenere tramite un blog e alcuni incontri chi soffre di questo disagio e le persone che fanno parte della loro vita. Proprio ad uno di questi incontri ci hanno spiegato che “gabbia” non è un sostantivo qualunque, per queste persone la “gabbia” diventa quel luogo in cui la malattia imprigiona i loro pensieri e non permette loro di vedere la vita in modo normale ma solo attraverso una lente distorta. Non è possibile esprimere le proprie emozioni in questa realtà deformata se non attraverso il cibo, che per loro diventa un vero e proprio linguaggio. Il cibo come linguaggio non è un concetto poi così strano, basta pensare al premio più desiderato da un bambino: "se fai il bravo ti compro il gelato". 
Mi sento impotente quando vedo mia figlia seduta a tavola che non mangia mentre una volta era proprio il mio corpo a nutrirla, ora non riesco e non posso farlo".
Il dolore di una madre che pronuncia queste parole ci fa capire che a soffrire non è solo il malato ma anche la sua famiglia. Si crea un circolo vizioso in cui i genitori si sentono responsabili mentre il figlio si sente in colpa e sente sulle proprie spalle il peso della felicità del nucleo familiare. 
Michela aspetta fino all’ultimo momento per farsi la doccia in modo tale da essere il più profumata possibile. Posticipa l’uscita con il fidanzato verso il tardo pomeriggio per riuscire a farsi invitare a cena fuori. Il momento di fare il passo decisivo è arrivato ma ancora una volta il pensiero malato torna travolgendola con le solite domande: cosa avrebbe dovuto e potuto mangiare, quante calorie avrebbe assunto con un solo pasto, quanto condimento ci sarebbe stato nel piatto e se il digiuno che aveva prontamente organizzato sarebbe bastato a compensare tutte le calorie assunte quella sera. 
Mentre ragiona su tutto ciò lui è lì con lei e conoscendola bene si rende conto che sta cedendo alla malattia. Non la abbandona.
Le pone davanti un bivio: farlo per davvero o ancora una volta posticipare la svolta a un futuro incerto. 
Lei pensa alla sensazione di impotenza e sconfitta che aveva provato quando la sua psicologa le aveva detto che non avrebbe più potuto seguirla poiché dopo vent’anni di anoressia la malattia era diventata cronica; aveva deciso che quella non era la vita che voleva vivere ma era anche consapevole del fatto che non avrebbe potuto farcela da sola. Si era presentata al gruppo di ascolto organizzato dall’associazione e sentendo storie di persone che effettivamente ce l’avevano fatta si accorse che anche lei voleva mettere un punto definitivo a tutta questa storia. 
Decide allora di vincere questa battaglia mettendo a tacere le voci che provenivano dalla gabbia e andando a cena fuori. 
Il giorno dopo sembra a Michela essere il giorno di una altra vita, una vita migliore senza quel punto fisso che non le permetteva di essere felice. Quella sera si era resa conto di quanto fosse bello e di quanto le fosse mancato vivere. 
Nessuno si salva da solo.

Giulia

sabato 9 dicembre 2017

Io e il mio corpo, abbiamo fatto pace.



"CIO' CHE AVETE IMPARATO ASCOLTANDO LE PAROLE ALTRUI LO DIMENTICHERETE MOLTO RAPIDAMENTE, CIO' CHE AVETE IMPARATO CON TUTTO IL VOSTRO CORPO LO RICORDERETE PER IL RESTO DELLA VOSTRA VITA." (Gichin Funakoshi)

Ci sono cose dette che possono lasciare il segno, ma ci sono cose che 'respiri' e che ti attraversano che ti cambiano. 
Un cambiamento che arriva anche attraverso la sofferenza fisica, che implica un contatto unico e forte con il proprio corpo è ciò che letteralmente significa 'me lo sento addosso'. 
Ricordo in maniera vivida, quanto le mie estreme difficoltà di comunicazione chiudessero in un nodo le mie emozioni incastrandole nel mio stomaco, e spingendomi a pensare di volerlo eliminare dal mio corpo per scaraventarlo nel posto più lontano. 
Quante volte il mio corpo mi mandava segnali per poter dire che le mie energie erano davvero in dirittura d'arrivo, ma la mia testa non solo si rifiutava di ascoltare, ma addirittura cercava di sostituire quel carburante con la forza ossessiva dei miei obbiettivi malati di perfezione. E lo stremo a cui arrivavo ogni volta che mi punivo con il vomito; guardavo allo specchio i miei occhi rossi, gonfi e sentivo il mio cuore che stava per uscire dal mio petto. Il terrore ogni volta che sentivo lo stimolo della fame, con tutte le strategie che potevo mettere in atto per poterla azzittire. 
Il corpo, il mio corpo 'aggredito' dalle flebo, lontano da me anni luce eppure così vicino. Un corpo che diventava sempre 'più insignificante' proprio perché aveva troppo significato. Troppo 'gonfio', sproporzionato, inadeguato, quindi bersagliato, infamato, distrutto. Cercavo di tenerlo il più possibile distante da me perché il suo ruolo nella mia vita era diventato determinante, non per la mia sopravvivenza ma per la mia distruzione. 
Io e lui così diversi, così estranei. Ora abbiamo fatto pace. Adesso so che grazie a lui posso... Il nostro conflitto mi ha dato modo di conoscerlo e riconoscerlo, di imparare ad emozionarmi e a sentire, percependolo anche come un prezioso veicolo del mio sentire. Punirlo? 
Non sento più 'il bisogno' di punire me stessa.

Rosy

venerdì 8 dicembre 2017

La malattia mi ha resa una persona migliore


Mi è stato chiesto cosa io desideri per il mio compleanno. Mi è stato chiesto se vorrei cambiare qualcosa di questi 29 anni. Sono domande impegnative, se non ci si limita a rispondere "la pace nel mondo" o "toglierei la malattia". 
Queste sono risposte abbastanza ovvie. Ma...
Ma. Il mio desiderio più grande non so veramente quale sia, perché sceglierne uno? Vorrei talmente tante cose che ad elencarle tutte vi annoierei. Ve ne dico solo qualcuna: vorrei che i miei genitori e la mia famiglia fossero fieri di me. 
Vorrei che non avessero mai il minimo dubbio sul bene che provo verso di loro. 
Vorrei dimostrare gratitudine e amore in ogni mio gesto. 
Vorrei che ognuno di loro si sentisse tranquillo e sereno, soddisfatto e grato alla vita. 
Vorrei che nessuno di loro si chiedesse "Perché a noi? Perché a lei? E' colpa mia? Dove ho sbagliato?". 
Vorrei che vedessero colori e sfumature attorno ad ogni cosa. 
E vorrei dar loro modo di vivere la loro vita senza curarsi e preoccuparsi della mia persona. Queste le cose che mi premono.
Se potessi cambiare qualcosa...risposta non scontata. Forse no. Forse la malattia, pur togliendomi tanto/tutto, mi ha resa una persona credo migliore. Sensibile, empatica, emotiva, attenta, non superficiale e affatto scontata. Conoscere da vicino il dolore, toccarlo, sentire quanto sia amaro...mi aiuta ad apprezzare la dolcezza delle piccole cose, dei gesti più spontanei e di cui nessuno si cura. 
Certo, è stata ed è ogni giorno una lotta con me stessa e il mio intorno...ma non credo che, potendolo fare, sceglierei di ripartire senza questo bagaglio. Potendo, chiederei la possibilità di alleviare la pena ai miei cari, e forse, dico forse, sentirmi leggermente più stabile almeno ogni tanto.
Per concludere, torno alla banalità di un desiderio che ho avuto ad ogni compleanno...
Vorrei nevicasse. 
Da piccola per poter giocare sulla neve, ora per poter dipingere di bianco il nero che vedo sempre e comunque. Alleggerire la prospettiva e mettere in pausa il dolore, almeno per un giorno. 
Una neve.....salvifica, ossigenante.

Lara

domenica 3 dicembre 2017

Il mio unico aguzzino ero io



L'AUTOPUNIZIONE COME FORMA DI APPAGAMENTO

Desiderio, bisogno, piacere, senso di colpa, punizione, senso di libertà.
Resistere a un desiderio, bandire il piacere, eliminare il senso di colpa, punirsi per liberarsi. 

La punizione negli anni più bui aveva assunto nella mia vita le false sembianze di un bisogno da soddisfare, era l'unica cosa che mi poteva dare la sensazione di sentirmi appagata, soddisfatta, fintamente gratificata per essere riuscita ad oppormi ad una tentazione o per aver trovato rimedio ad un mio cedimento davanti ad esse, un dolore mascherato da piacere. Solo castigandomi potevo espiare la colpa di essermi concessa ad un insulso piacere corporale ed emotivo. 

La punizione auto inferta era l'unico sapore che pensavo mi provocasse benessere, quel sapore di libertà dal senso di colpa che però ahimè rimaneva sempre lì, perché anche solo dopo qualche minuto che la mia mortificazione si era consumata io ricominciavo a sentirmi sporca, in difetto, sbagliata. Quelle lunghe camminate mattutine e pomeridiane, che non avevano alcunché delle piacevoli passeggiate ma solo la rigidità di una marcia dal gusto belligerante, scandita dai passi di un soldato pronto per la battaglia sempre contro me stessa. Così come quel finto rifugio di casa in cui passavo i minuti più violenti delle mie giornate, aggredendo quel corpo già duramente provato, dove solo due dita della mia mano mi provocano più dolore di qualsiasi ferita inferta dalla lama più tagliente. Ed ogni volta, che sia stato per strada o in bagno, mi ripetevo sempre la stessa cosa: "Dai un altro piccolo sforzo, hai quasi finito, pensa che raggiunto lo scopo ti sentirai meglio", quasi per incoraggiarmi a sopportare gli ultimi interminabili istanti di agonia. 

Beh, non posso non commuovermi in questo momento, e vi assicuro che lo sto facendo. Non solo perché ora vorrei poter abbracciare forte la persona che ero, ma anche perché dopo tanto dolore mi sento libera non grazie alla punizione, ma all'aria che respiro quando passeggio tra le strade di campagna vicino casa mia, o quando non sento più ogni angolo di casa come una gabbia o il bagno come un purgatorio, ma come luoghi in cui non vedo l'ora di tornare dopo una lunga giornata lontano da essa. 

Per troppo tempo il mio unico aguzzino sono stata proprio io, liberato da questo crudele compito, ora è diventato il mio migliore amico.

Rosy

martedì 28 novembre 2017

A te, mamma.


A MIA MADRE, ORA CHE MADRE LO SONO ANCH'IO. 

Ora la capisco quella tua paura. 
Ora capisco quel tuo voler cercare indizi tra i miei silenzi. 
Ora capisco quel tuo sguardo misto di compassione e rabbia. 
Ora capisco i tuoi occhi neri che pieni di dolore non hanno mai smesso di cercare i miei, vuoti come il mio stomaco. 
Ora capisco quei tuoi "basta, Roberta smettila, Roberta accettati e accettami. Roberta prendi la mia mano." 
Ora capisco l'angoscia delle tue notti insonni. 
Ora capisco quel tuo "chissà se domani la rivedrò". 
Ora capisco il tuo sorriso nel vedermi sorridere con te mentre spalmo marmellata su una fetta biscottata. 

A te mamma, ora che mamma lo sono anch'io.

Roberta