testo


Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

giovedì 11 maggio 2017

Il mazzo di chiavi



Solitamente quando si 'diventa grandi', c'è un gesto che suggella il passaggio ad una nuova età della vita: la consegna delle chiavi di casa da parte di mamma e papà. Un gesto che ti inorgoglisce, perché ti investe delle responsabilità della crescita, del camminare sulle tue gambe, ma che al tempo stesso porta con sé, accanto alle responsabilità, anche delle paure. "E se arrivano i ladri? E se la casa va a fuoco?" E se, e se, e se… Ecco, di tutti quei 'se' si nutre la malattia.

Quando sei preda della malattia, scegliere la strada verso la guarigione (perché di una scelta si tratta) è consegnare alla bambina che è in te, alla bambina che sei stata, il mazzo di chiavi, le chiavi della vita. Ma una sola, una chiave soltanto, è quella che riuscirà ad aprire la serratura, la strada del tuo futuro: è la chiave dell'ascolto. Ascoltare, ascoltarsi, è la chiave per ritrovarsi; per riconoscersi in un'identità propria, scollata dalla malattia; per riscoprirsi fragili e forti al tempo stesso nella nostra umanità, nel nostro 'essere umani'; per proteggersi dalle ferite che il mondo esterno ci infligge, di continuo. Ad ogni tappa, ciclicamente, si presenteranno delle difficoltà, degli ostacoli, e sempre soltanto una sarà la chiave risolutiva, la chiave per andare avanti, per aprire nuove porte del tuo domani, al tuo domani, per aprirti al mondo che ti ci circonda: ascoltarsi. 

Ho tentato una volta di aprire la serratura di "casa" con un duplicato della chiave originale: ho rattoppato come potevo il buco che la malattia aveva creato, con una pezza 'di fortuna', che per un po' ha retto gli strattoni che la crescita continuava a tirarle…ma non è bastato. Aggirare l'ostacolo principale, quella triade cibo-corpo-mente che tanto terrorizza chi soffre di un disturbo alimentare, non era il filo con cui i rammendi che avevo tessuto con un primo percorso d'introspezione potevano tenere. Guardavo dritta alla meta, dritta ai traguardi da tagliare, ai successi della carriera, come alle uniche tappe che mi avrebbero permesso di crescere, di diventare grande. 

Ma "casa" dov'è? "E se… e se 'diventi grande' nessuno si preoccuperà più di te, nessuno si prenderà più cura di te", continuava intanto a suggerire dentro di me una vocina subdola. 

Non me ne rendevo conto: avevo in mano, nel mazzo, la chiave per salvarmi, eppure non riuscivo ad inserirla nella toppa. Quella vocina era sempre pronta lì, sull'uscio, ad urlarmi che non ero abbastanza forte per farlo. Non ero mai abbastanza bella, non ero mai abbastanza brava, non ero mai abbastanza magra. Non ero mai abbastanza, punto. Finendo così per dimenticare chi ero davvero, perdendo così per strada la bambina spensierata, desiderosa di vivere, che ero. E l'ho persa di vista al punto tale da desiderare di non essere più Sandra, da desiderare di NON ESSERE PIU'…! 

Solo poco tempo fa si è palesato ai miei occhi il vero motivo per cui quella vocina davvero lo credeva, credeva che non sarei stata in grado di varcarla la mia porta di "casa", anche se un giorno fossi riuscita ad aprirla: avevo paura, paura di ascoltarmi, paura di crescere. Perché, in fondo, chi non ha paura di guardarsi dentro, di guardarsi indietro? Chi non ha paura di scavare in fondo al pozzo dei propri ricordi, di scoprire le proprie ferite dell'anima? Eppure, eccola, ecco la chiave per tornare a sorridere, a vivere. "Casa" non è sottrarsi alla vita per paura di crescere, è accogliere la vita in tutte le sue sfumature, fiduciosi di avere in mano il mazzo di chiavi che il nostro passato ci ha lasciato in custodia. E' così che si 'diventa grandi', imparando a tenersi stretto il proprio mazzo di chiavi: crescere è assumersi la responsabilità più importante tra tutte, quella di prendersi cura di sé.

Allora, quando te ne renderai conto, sulla soglia della porta di "casa", finalmente anche tu potrai concederti di tanto di tanto di ritornare con la mente a quella bambina che è in te, e riaprire le porte dei ricordi, anche quelli più dolorosi, sfogliarli ad uno ad uno come fossero petali di un fiore di campo appena colto, colori e profumi famigliari, cornici e scenari impressi nella mente di chi guarda al mondo con il cuore vòlto al desiderio, il più profondo, di scoprire la vita, il desiderio di vivere.

Sandra

mercoledì 26 aprile 2017

Dca, lavoro, bellezza, illusioni e schiavitù. Altro che vanità.


Elena è seduta in fondo e alza la mano, per fare una domanda e rompere il ghiaccio. Sta ascoltando con le sue compagne di classe un incontro sui disturbi alimentari, uno dei tanti che da quando ho scritto il romanzo ”La fame di Bianca Neve” mi  viene offerto di curare, incontrando i giovanissimi. La presentazione del libro si tiene in aula magna, con ben cento studenti delle classi terze e quarte di un liceo del torinese.
Elena porta l’esperienza della sua amica, Flavia, 18 anni da poco, un metro e settantanove per 41 chili di peso e il sogno di fare l’indossatrice: un sogno che si è realizzato perché qualche settimana prima un’agenzia le avrebbe proposto un contratto di lavoro. Cinque anni di scatti fotografici e passerelle, abiti griffati, sorrisi. Fame. Perché secondo la studentessa che mi pone il problema la sua amica “non è una modella”, non è “bella” ma sta male. Soltanto male. Ed è brutta. Perché sembra più vecchia. Mi domanda perché l’agenzia faccia finta di no vedere che la sua amica è malata. Mi chiede se è possibile che la ragazza in realtà non si renda conto del suo malessere, di quella magrezza che è diventata ossessione…. L’affetto che questa ragazza poco meno che maggiorenne dimostra nei confronti della sua amica ha una tale carica da farmi sentire assolutamente inadeguata. Nel mio vestitino di giornalista tv di lungo corso, di scrittrice, di reporter, di appassionata comunicatrice della politica, di militante di partito, di donna l’inadeguatezza si trasforma in rabbia. Perché la studentessa, che di domande ne farà ancora molte rendendo la mattinata di incontro molto profonda, ha fatto centro. Di DCA si parla: male, a sproposito, in modo incompleto. Di DCA si parla e spesso si corre il rischio di affogare in una tale palude di pregiudizi che alla fine non si sa più bene da che parte iniziare per fare della sana informazione. Si comincia da un libro, un romanzo che proprio perché tale mette in letteratura i malesseri della sua autrice che ora si racconta, provando con una certa umiltà a dire che “se ne esce” ed ecco che trovi chi, con la domanda calzante, accende un riflettore sul problema sottaciuto, negato. Certo, nessuno si ammala di DCA “solo” perché vuole fare la modella….quanto piuttosto perché perde il controllo del proprio peso, della propria fisicità, della propria essenza che viene rigurgitata in quel vuoto senza fondo apparente. Se questa fragilità diventa referenza essenziale per lavorare, il disastro è servito. Trovare una “lavoratrice” della moda che abbia voglia di esporsi su questo argomento non è facile: lo fece molti anni fa una giovane indossatrice che si ribellò alla propria casa madre, che la voleva molto più magra per entrare in una taglia minimal pronta per la sfilata di qualche giorno dopo. Pena, la perdita del lavoro. Perché chi col corpo ci lavora ed è affetto da DCA, si trova a dover combattere oltre che contro il male anche con l’ossessione di restare disoccupato. Quale tutela per chi vuol dire basta? In Israele, dal 2013, è vietato far apparire sia in sfilate dal vivo sia in fotografia, su qualunque mezzo, modelle che abbiano un Bmi inferiore a 18,5 (circa pari a quello di una donna alta 1,75 metri e di 55 kg di peso). In Francia nel 2015 venne presentata una proposta di legge oltre a imporre il “divieto di passerella”, la legge colpirà anche i siti web che “incitano” all’anoressia: fenomeno in preoccupante crescita su Internet dove spopolano le pagine “pro-ana” e “pro-mia” (sigle da anoressia e bulimia) in cui si danno “consigli” su come diventare magrissime (la “perfezione”, secondo alcuni di essi, si raggiunge con i 35 chili di peso). In Italia ci sarebbero oltre 300mila blog e siti di questo tipo. il governo Zapatero, d’accordo con i maggiori produttori di moda spagnoli, ha fatto “abolire” la taglia 38 per le donne adulte. Si era mossa anche l’Italia, nel 2014, con una proposta di legge bipartisan, firmata dalla pd Michela Marzano ma anche dall’ex ministro di centrodestra Mara Carfagna e altre deputate. Il testo prevedeva pene fino a 1 anno e 50mila euro di multa per chi “istiga esplicitamente a pratiche di restrizione alimentare prolungata”, ma non è ancora stata approvata. E mentre Oliviero Toscani bolla le anoressiche come malate di inguaribile vanità, in un talent tv dedicato agli adolescenti la Celentano si permette di “bocciare” i sogni di una giovane ballerina perché “troppo grassa”. Una discussione urgente deve essere posta su DCA e mondo del lavoro: laddove l’eccessiva magrezza  e il comportamento sono istigati da sedicenti datori di lavoro che nono vogliono in passerella esseri umani ma quanto di più simile a un manichino o a un appendiabiti. Con il coinvolgimento di associazioni, amministrazioni, sindacati di categoria e medici del lavoro, con l’interesse attivo della politica. Lo dobbiamo anche a Flavia, perché tra cinque anni non sia l’ennesima giovane donna della quale il mondo del jet set sputerà le ossa. 

Rosanna Caraci

lunedì 10 aprile 2017

O bianco o nero. Mela si, mela no.




Alcuni giorni fa mi è capitato di scontrarmi con un meccanismo a me molto noto: la convinzione di non valere nulla. Mi sono sentita molto in difetto, ho provato disistima e un profondo senso di non valore. Era da tempo che non provavo queste emozioni in modo così forte, e ne sono rimasta spiazzata. Ogni cosa facessi mi sembrava inutile, e altrettanto inutile mi sentivo io. Mi è venuta a mancare l' energia, mi sentivo apatica, con questo perenne giudizio addosso: TU NON VALI NIENTE!!!! Quando invece io volevo a tutti i costi valere qualcosa. E sono andata alla ricerca di questo mio valore, elemosinandolo a destra e a manca. Ma senza successo. Si, perché il giudice interiore sputava sempre la sua sentenza: non è abbastanza. Tu non vali. Non sei nulla. Gli altri sono meglio di te... Mi sono sentita sprofondare. Dove era finita la mia forza? Il mio coraggio di guardare comunque sempre avanti poiché ogni cosa passa? Eppure sapevo che niente dura per sempre. Le cose sorgono, si manifestano, e finiscono. In un fluire continuo. Nulla è perenne. Mi ripetevo questo, ma non funzionava...quella sensazione di angoscia non sembrava volersene andare. Era come se fosse impregnata dentro di me. Non ho cercato la soluzione nel cibo.  No, questo no perché il cibo non è più la mia medicina. Sono invece rimasta  con queste emozioni, ed è stato bruttissimo. Le ho osservate, cercando di attutirne l'intensità respirandoci dentro, cercando di portare la calma in me. Niente. Non sapevo dove trovare un raggio di luce per incamminarmi. Ero finita nel meandro feroce dell' autodistruzione. Ero spaventata, si, perché a creare tutta quella sofferenza ero io, io con i miei pensieri. Ed era proprio questo a spaventarmi: avevo paura di me stessa !!!!!Sapevo benissimo che potevo essere anche la risolutrice di quella sofferenza...ma non avevo la forza di controbattere. La sensazione era quella di cercare di sollevarmi da terra, ma di non riuscirci perché un grande piede puntato sulla schiena mi costringeva a stare giù. Con la faccia a terra. E in quello stare giù era tanto il freddo che avvertivo. Anche se le giornate erano piene di sole, sentivo sempre dentro di me tanto freddo, come se stessi effettivamente in contatto con un terreno bagnato e il mio corpo ne assorbisse tutta l'umidità.  Finché mi si è mostrata una parte di me che reclamava attenzione. La parte che vuole sempre essere perfetta. L'ho guardata e le ho chiesto cosa aveva da dirmi. Mi ha detto che era stanca, stanca di dover dimostrare a tutti di essere impeccabile. Ho cominciato a dialogare con lei, e le ho chiesto di cosa aveva bisogno...Di riposo. Ed ecco arrivare il pensiero: "si, ma se tu ti riposi, io che faccio? Finisco con il non fare nulla perché sei tu a fare tutto...Non puoi riposarti, altrimenti io non so come fare...Io non sono capace...io non valgo..."
D'un tratto mi si è aperto uno spiraglio di luce e ho visto il meccanismo: bianco o nero / tutto o niente/ valgo o non valgo/ sono perfetta sono imperfetta...
Ho cominciato ad avvertire un leggero calore dentro di me, la paura si è affievolita e ho cominciato a sentire le tensioni che andavano lentamente a sciogliersi dentro di me.
Questo è potuto accadere perché riconoscendo il meccanismo, sono riuscita ad intravedere che tra il bianco e il nero ci sono una miriade di sfumature di grigio.  Il grigio ci è difficile però vederlo. Ma perché?  Il bianco rappresenta la perfezione. Il nero rappresenta l'imperfezione. E il grigio? Il grigio ci appare come indefinito...il grigio non ha un'identità. Quindi il grigio cosa fa? Ci crea confusione...ci crea paura...ed è qui l'inghippo. Il grigio in realtà rappresenta la via di mezzo, rappresenta l'equilibrio, solo che spesso l'equilibrio ci è sconosciuto, quindi, preferiamo stare nel conosciuto, anche se fa male, perché questo ci illude di avere il controllo. Ma in realtà non controlliamo nulla e finiamo solo con il farci del male. Quindi cosa si fa per uscire dal meccanismo del tutto o niente, del bianco o nero? Io ho iniziato  accogliendo ogni tanto uno spicchietto di grigio per vedere come ci stavo.
Facendo un esempio pratico: siamo davanti a una mela. Mela sì o mela no?
Se scelgo mela sì, mangio la mela e arriva il giudizio "Oggi sono stata cattiva. Sono imperfetta. Ho ceduto. Non valgo niente.", e  subito arrivano i sensi di colpa.
Se scelgo mela no, non mangio la mela, e arriva invece il giudizio " Oggi sono stata brava. Sono perfetta. Non ho ceduto. Valgo" e non arrivano i sensi di colpa.
E se invece scelgo la mezza mela, che cosa succede? Vogliamo provare ad esplorare che cosa accade se ogni tanto scegliamo di  stare nel grigio?
E così, ho provato a stare anche nel grigio...

Francesca

lunedì 27 marzo 2017

Piano B


... E poi arriva il giorno in cui ti chiedono perchè tu abbia così tanta rabbia, nonotante le cose vadano bene. Ti domandi tu stessa perchè, se le cose vanno bene, non ti sei accorta che lei, Mia, si è insinuata nuovamente nella tua vita da qualche mese e te ne sei accorta soltanto dopo mesi che quel peso, per te esorbitante, te lo sei trovato lì davanti agli occhi... cazzo ma dov'eri, ma come hai fatto a permetterle di rovinare il tuo lavoro di mesi, anni, di palestra? Come hai fatto ad abbassare la guardia? Ed ora? Ti rendi conte che certo, va tutto bene... ma quel vuoto, quella paura di perdere tutto.... ti rimproverano di non saper approfittare del tuo presente, di non goderne, di preoccuparti troppo del tuo futuro.. e tu sei lì, con la testa su mille cantieri aperti che non sai come chiuderai e se ti basteranno i soldi per gli appalti che hai in mente... Quanto lavoro sospeso... tutto è precario intorno a te. e a cinquant'anni sei li che Mia ti è appiccicata addosso come un tattoo che provi a far tirare via e lo camuffi ma cazzo, lei è lì... eppure proprio ora che le cose andavano bene.... Quanto sia la difficoltà a gestire la tranquillità a concorrere nella "riacutizzazione" della bulimia, Dio solo lo sa. Scarsa abitudine a gestire il traguardo raggiunto? Può darsi, ma così abile a creare piani B che se non ce n'è uno da creare si va in ansia... ed eccolo li il vuoto bastardo che fagocita.... cazzo, 66 chili, erano a settembre... piano b piano b... ti rendi conto che se guardi il mondo nella prospettiva che Lei ti ha insegnato un piano B ti serve per tutto... dammi uno spritz, dammene un altro... ma come è finito, non importa mescola quel po di prosecco con un tot di campari che li finiamo... piano b piano b... a cinquant'anni un piano b? Ma che cazzo di piano b puoi avere a cinquant'anni?! Li hai finiti tutti, i piani b. E ora sei stanca. Mia non rompere, vattene, che è faticoso gestirti. E' faticoso sapere che ci sei e doverti cacciare ogni volta... e io sono stanca. Rabbia. Quale? Perchè? Rabbia perchè non vedi. Rabbia perchè non mi vedi. Rabbia perchè c'è sempre quella maledetta sensazione di arrivare dopo la fame in India e la cacca del cane. E allora eccola, la mia fame, che è destinata a non essere saziata mai. Nemmeno da un piano b eccellente piano di fuga. Dicono che ti sei abituata alla precarietà. Dicono che tutto alla fine non dipende solo da te. Certo, da te non dipende la morte altrui e lo sai bene perchè per una volta che non hai pulito la casa a dovere uscendo al mattino ti hanno chiamato che il tuo matrimonio era finito e la casa era piena di gente pronta a dirti che sei forte...Piano b piano b... Lui è nel Regno dei Cieli e dovrebbe essere felice... piano B piano B... e ora che ci sei tu finalmente ... piano B piano B e se finisce e se te ne vai e se me ne vado? Ecco, se io me ne andassi, semplicemente, sarebbe finita. E il piano B toccherebbe ad altri. E' ora di cena. E fuori è chiaro. Che si mangia?

Lavinia