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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

mercoledì 19 luglio 2017

Sei più forte tu.


“Quante volte avrei voluto tornare, con l’aiuto di un genio o della tecnologia,nel passato e rimediare ai miei errori!”
(10 anni)
“Caro diario […] la mia bruttezza, poi, è un altro problema: sono presa in giro come pochi.”
(12 anni)
“Caro diario […] mi stavo chiedendo se è così che voglio trascorrere la mia vita, passando la sera a sprecare il mio tempo, senza cercare alcunché di nuovo all’esterno o una soddisfazione in più, qualcosa al di fuori degli schemi . […] Ad esempio, io sto seguendo un’ambizione maturata in 4^ elementare, quella di diventare professoressa, ma non è un gesto di pigrizia e vigliaccheria, una paura di cercare qualcosa di diverso da ciò che ho sempre desiderato, possibile non avere altri desideri? Invecchierò così?”
(14 anni)
“Non posso più scappare da me stessa; posso addormentarmi con la TV accesa per non sentire i miei pensieri, posso evitare i miei per cercare di mangiare qualcosa. Ma non posso sfuggire alla mia coscienza, all’inquietudine che c’è in fondo a me. E non serve che sia buio per sentirsi come il marinaio del Kursk, alla ricerca di una vita che non riesco a vedere e che non mi appartiene. […] non posso trascorrere la vita ad evitare le emozioni perché non so dominarle, non posso vivere nella più completa apatia, perché ha ragione Brignano: la morte colpisce chi è già vivo, quindi chi rinuncia alle emozioni non deve temere la morte. Spero che in qualche modo io riesca a crescere in armonia con me stessa e i miei desideri.”
(16 anni)
Buongiorno MiniMe, e buon compleanno.
Già, sei riuscita a raddoppiare quei 16 anni. Ma diciamocelo, non hai mai veramente pensato di arrivare a 17 anni. Il problema, che ti atterriva, era come ci saresti arrivata, e così ai 20, 25, 30, etc. Ci sei arrivata, questo te lo garantisco perché sono la vecchia te. Te lo dimostrano le pagine dei diari che ho tenuto, ma lo sapevi già che non mi sarei mai liberata di quei diari.
Comincerei col dirti che seguire il sogno di diventare prof non è un geto di vigliaccheria, anzi. E’ tenacia, è costanza, è destino. E un sogno, già solo quello merita lo sforzo di inseguirlo. Certo, non tutti i tuoi sogni belli si realizzeranno (e ti tengo la suspense pure su quello di diventare prof), ma la strada che percorrerai per arrivarci ne varrà sempre la pena. Sempre.
Poi, per rispondere agli errori da cancellare a 10 anni e alla bruttezza che ti perseguitava a 12: il mondo è pieno di stronzi. No, sul serio. E generalmente, nessuno di questi stronzi fa sfilate di moda o concorsi di quoziente intellettivo. Tuttavia, si sente in diritto di umiliare i suoi coetanei senza tregua. Ti svelo un segreto: il problema è loro, non tuo. E per fortuna non esisteva internet, ai tuoi tempi, perché adesso la situazione è molto, molto peggiore.
E arriviamo ai 16 anni. Da un lato, fa male vedere quella data, ottobre. Perché nella tua personalissima mitologia, quando la racconterai (raramente, te lo concedo), lo spartiacque tra “malattia” e “guarigione” sarà sempre giugno. Stai già guarendo da 4 mesi e ancora ti senti dentro al Kursk. Giusto perché vogliamo essere precise, soffri di anoressia. E in realtà, il fatto che tu scriva il diario è un buonissimo segno. Almeno stai lasciando uscire una parte dei fantasmi che abitano nella tua testa. Quei fantasmi ci sono, ci sono voci  e ci sono mostri. Ma ti do un altro scoop: sei più forte tu. Quindi, invece di rintanarti sotto le coperte per paura del mostro sotto il letto (o dei soldati di Golden Axe che sorgono dal pavimento), eschi, accendi la luce e guardalo in faccia, quel mostro. Sei più forte tu. Abbi fiducia in te stessa, nella tua resilienza, nella tua infinita capacità di amare e di lottare per tutto ciò a cui tieni. Comincia amando te stessa, pregi e difetti. Inclusa quell’ansia di perdere tempo. Perdilo, sto tempo. Annoiati. Anche quello servirà.
Non voglio toglierti la sorpresa di quello che ti accadrà, ma sappi che emergerai da quel fondale in cui sei precipitata. Ci saranno giorni belli, giorni ok e giorni brutti. Ci saranno viaggi, amici, amori. Ci saranno lacrime, sorrisi, abbracci, ferite, risate. Ci sarà vita. Non fuggirai dalle emozioni, le vivrai tutte. E ogni volta che soffrirai, resterà il ricordo della te di 16 anni che non voleva arrivare a 17 così. E saprai che anche il dolore è pur sempre un’emozione, e non vorrai far cambio per niente al mondo.
Vorrei poter tornare indietro nel tempo a darti quell’abbraccio che ti manca come l’aria, ma – questo te lo posso svelare – non hanno ancora inventato la macchina del tempo. Quindi mi limiterò a cercare di raggiungere, in un  abbraccio virtuale, chi come te allora si sente in fondo al mare.
Buon compleanno, MiniMe. Buona vita, perché vita sarà. Altri 16 di questi anni, non vedo l’ora di percorrerli insieme a te.
(32 anni)
Luna

lunedì 17 luglio 2017

Fino all'osso: la visione di un genitore.



Sabato 15 luglio 2017 ho avuto la possibilità di assistere alla prima del film "To the Bone". La location dove è stata proiettata (il Castello Aragonese), per chi non la conosce, è stupenda, e tra l'altro è il posto dove mia figlia Misia (Artemisia) fece una delle più belle esibizioni di danza; forse per questo motivo prima della proiezione ero ancora più teso ed emozionato. La tensione era dovuta anche dalla paura di dover assistere ad un qualcosa che ho già vissuto sulla mia pelle. L'esperienza vissuta a fianco di una persona anoressica, finita purtroppo anche tragicamente, mi  ha, in un certo senso, permesso  di avere un giudizio alquanto particolare verso questo film.
Io penso che questo film, avendo trattato l'anoressia solo dal punto di vista della cura - perché non fa altro che seguire la ragazza solo nel suo percorso riabilitativo - non ha messo in mostra tutto quello che c'è di terribile per chi soffre di questo disturbo. Mi riferisco alle ossessioni, all'isolamento, agli sbalzi di umore, agli stati di depressione, al modo di relazionarsi con gli altri che vive giorno dopo giorno chi soffre di anoressia.  Per le ossessioni per il cibo, il peso e le calorie posso capire, anzi c'è da dire che è stato un bene che li abbiano trattati in modo leggero, per le altre problematiche penso invece che avrebbero dovuto esporli, se volevano dargli un senso, in modo che chi vede il film abbia  una visione reale del disturbo. Lo stesso percorso di cura è stato un po' fiabesco, ma questo ci può stare, in fondo è un film.
Una cosa mi ha colpito e mi ha veramente scosso: è stata la scena verso la fine tra la ragazza e la madre quando quest'ultima gli dice di ricominciare e le propone di bere dal biberon, la figlia gli dice di no e la mamma gli dice qualcosa del genere (era in inglese con i sottotitoli in italiano): "accetto questa tua volontà di morire, ma non capisco perché non vuoi più vivere." In quel momento mi sono ricordato di quando a mia figlia dissi: "Misia io non accetterò mai questa tua volontà di morire, perché tu devi vivere per scoprire le tante cose belle che la vita ti offrirà." Nel film, mentre la mamma sta per andarsene, la figlia la chiama urlando "mamma, nutrimi, ti prego!" e alla fine beve il biberon di latte. Ecco, io non ho mai più sentito quel mamma o papà...

Paolo

domenica 16 luglio 2017

Per amore della danza ho sconfitto l'anoressia.


32 chili: esulto sulla bilancia. Il mio corpo sta diventando così leggero che mi sembra di poter volare.  Via, lontano dalla mia paura di vivere. Ma un macigno di tristezza mi fa da zavorra: arranco penosamente per le scale, sono a corto di fiato, senza forze. E a ogni passo mi sento sconfitta, mentre sprofondo nelle sabbie mobili dell’anoressia nervosa.

Non trovo il mio posto nel mondo
Sono figlia unica e fin dall’infanzia, poiché entrambi i miei genitori lavorano, trascorro la maggior parte del tempo dai nonni, con libri, borse e abiti sparsi tra due case. Questa situazione un po’ zingara inizia a farmi soffrire durante le scuole medie, quando avverto il bisogno di un angolo tutto per me. Solamente con la danza classica, che pratico dall’età di cinque anni, sento di avere un posto nel mondo.  A scuola sembro trasparente: la timidezza ostacola le amicizie. Con l’inizio dell’estate dei miei 15 anni, la solitudine e la noia sono diventate una droga che mi toglie la ragione. Un giorno, sfogliando un giornale, leggo un articolo su come ritrovare la linea. Non sono in sovrappeso, ma inizio a studiare le tabelle nutrizionali dei prodotti, giusto per passare il tempo: nel giro di poco, divento una guru della composizione degli alimenti. Mele, spaghetti, carne, verdure: imparo le percentuali di carboidrati, proteine, fibre e grassi. Finché un mattino, allo specchio, un pensiero mi solletica l’orgoglio: «Con qualche chilo in meno, forse starei meglio». Rinunciare a brodi e petto di pollo lessato, menù fisso dai nonni, non è faticoso. E mentre il mio peso inizia a calare, lo stomaco si restringe. «Posso scendere ancora»: sfido me stessa in modo insulso, senza rendermi conto del vortice in cui mi sto infilando. Calcolare esattamente quante calorie inghiotto mi regala una sensazione di onnipotenza; non mi rendo conto che mi sto inabissando rapidamente come il Titanic.

Vivo in gara con me stessa
«Mangia un po’ di più»: mia madre una sera mi fissa preoccupata. «Eli, sei dimagrita, stai bene?», mi chiede nei giorni seguenti una delle mie poche amiche. Non capisco perché si preoccupino: i miei fianchi mi sembrano così larghi rispetto al mio busto esile. Ma di lì a poco non c’è più un abito in cui non sprofondi: ho perso 15 chili in tre mesi. Finché un giorno sulla bilancia compare il numero 32: sorrido vittoriosa. Allo specchio, però, scorgo solo il ghigno di un fantasma che mi fa sobbalzare il cuore. Avverto l’istinto di gridare, ma i miei genitori sono più veloci della mia voce e mi portano di peso in ospedale. «Il sondino nasogastrico mai», minaccio la dietologa. E l’incontro con la psicologa non va meglio: patteggio tre pomeriggi a settimana tra visite mediche e percorso psicoterapeutico, pur di evitare il ricovero.

Mi sento morire dentro
«Scordati di ballare in queste condizioni», sentenzia un altro medico, gettandomi nella disperazione. Le ore in cui avrei dovuto volteggiare sulle punte le trascorro disegnando. Tra i miei arabeschi svuoto la mente: l’anoressia mi sta privando di ciò che più amo. La rabbia mi assale e si mescola all’ansia.  La sera prego il cielo che mi faccia risvegliare il mattino dopo: ho il terrore che il mio cuore, messo a dura prova, ceda nel sonno. L’anoressia ha corroso la mia voglia di vivere. Tutto d’un tratto, nel mio corpo scheletrico intravedo un futuro di profonda tristezza, da cui potrei salvarmi solo con un lungo lavoro interiore. Non so da dove partire, non trovo conforto nella terapia psicologica. Di una cosa però sono certa: non voglio essere ricordata come una debole o compatita. Non ho scelta: o aspetto di sbriciolarmi, o ricomincio a mangiare.

L’amore per la danza mi ridesta
Ogni boccone è un pugno nello stomaco, ma la cosa più complicata è non cedere ai calcoli delle calorie: cerco di concentrarmi su altri numeri, e conto i giorni che mi separano dal saggio di danza di fine anno. Non voglio mancare. È maggio, ormai, quando recupero il peso minimo per riprendere le lezioni: appena calzo le scarpette, dovrei sentirmi radiosa, eppure avverto un’inquietudine. Ho sempre preteso da me stessa esecuzioni degne di un étoile, ma ora capisco che questo atteggiamento mi ha distolto dal puro piacere di danzare. Provo a lasciarmi andare sulle note di Tchaikovsky, ascoltando solo la mia struggente voglia di ballare: non conto i passi della coreografia e il mio cuore inizia a volare. Ora sì, assaporo la felicità. I miei movimenti sono imperfetti, ma non importa, perché ce l’ho fatta: sono riuscita a salire sul palco del teatro.  E soprattutto sono tornata sul palcoscenico della mia vita.

Di nuovo al centro della mia esistenza
«Brava Elisa, stai andando bene». La nutrizionista da cui vado durante l’estate è un faro nel mio tortuoso percorso di risalita dal buio. Mi hanno permesso di interrompere le visite ospedaliere purché io sia seguita da una specialista e lei mi piace perché non mi identifica con i miei chili. Divide lo studio medico con il marito  e nella fiducia che anche lui ripone in me di riflesso si fortifica la mia autostima. «Ti possiamo aiutare, ma solo tu puoi cambiare la situazione. Sei tu il soggetto della tua vita», mi sprona un giorno. Come un’illuminazione, di colpo mi rendo conto di aver vissuto ai margini della mia esistenza, con un atteggiamento passivo che mi ha condotto alla deriva. Ora però sono determinata, voglio sconfiggere l’anoressia, mi è chiaro che sono io l’artefice del mio destino. «Combatti Elisa, reagisci», mi ripeto varcando l’uscio. Corro dai miei nonni e prendo tutte le mie cose: quando rientro a casa, mi ritaglio uno spazio tutto mio. Ed è solo l’inizio.

Alla fine ho vinto la mia guerra
Sono passati cinque anni. Il bilancio? Essere “leggera” è stato molto pesante. Con l’anoressia ho intrattenuto un estenuante combattimento: lei ha avuto la meglio in alcune battaglie, ma la guerra l’ho vinta io. La mia famiglia,  le mie vere amiche, i miei medici, tutti sono stati preziose tessere della mia rinascita, ma senza la mia volontà sarebbe stato impossibile ricomporre  il puzzle della mia identità divorata dalla malattia. Oggi sto incominciando ad amarmi e ad accettare ciò che non posso cambiare.  «Prendete la vita con leggerezza», scrive Italo Calvino in Lezioni americane, «che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». La sue parole mi danno una direzione. Sto imparando a lottare per ciò che desidero, perché non sia la paura del futuro a pilotarmi: voglio essere io al timone della mia vita, avanti  tutta verso la mia felicità.

Elisa

Elisa Sossi, 20 anni, vive a Trieste con i genitori e frequenta la facoltà di Lettere moderne. Studia danza classica da quando aveva 5 anni. Nel libro Il peso della leggerezza (Aletti editore) Elisa Sossi ripercorre la sua vicenda di malattia e guarigione. L’autrice ha partecipato al premio Quasimodo, indetto dalla sua casa editrice, ed è arrivata terza.

venerdì 14 luglio 2017

Arriva "To the Bone": per chi si appresta a guardarlo

Sosteniamo i media nel diffondere una corretta informazione sui disturbi alimentari: più si parla di D.C.A. e più si riduce lo stigma che circonda queste malattie mentali, più cresce la consapevolezza e più le persone saranno in grado di chiedere l'aiuto di cui hanno bisogno. E' importante ricordare che To The Bone è una storia romanzesca e rielaborata, dove attori e modelle di Hollywood rappresentano i personaggi. Non rappresenta la realtà di chi soffre di disturbi alimentari, o delle possibilità di cura disponibili. Tuttavia, mostra chiaramente il terribile disagio psicologico che sperimentano le persone che soffrono di DCA e il forte impatto di questo sulla famiglia. I disturbi alimentari, come chiaramente rappresentato nel film, non hanno a che fare con una scelta, né con il mettersi a dieta o con la vanità. E' importante sottolineare però anche che questo film contiene con molta probabilità immagini angoscianti o provocanti per persone che hanno sofferto di disturbi alimentari. Fa spesso riferimento alle calorie, al peso, ai comportamenti disfunzionali dei disturbi alimentari, e la protagonista, Ellen, è presentata come una ragazza estremamente magra. Quindi, noi invitiamo chi ha sofferto di DCA a riflettere bene prima di guardare questo film. Non vorremmo che questo fosse causa di disagio, o causa scatenante, per nessuno.


Dovrei guardare "To the Bone"?
Se hai sofferto di disturbi alimentari, ti consigliamo di parlare con qualcuno all'interno della tua rete di supporto prima di guardare questo film e di programmare anticipatamente di essere sicuro di poter parlare con qualcuno del film dopo averlo visto, dei pensieri e delle sensazioni che ti ha suscitato. Potresti anche chiedere a qualcuno di fiducia e che conosce la tua storia personale, di guardarlo prima, in questo il modo il suo feedback potrebbe darti utili informazioni per capire se è opportuno o meno che tu guardi questo film.

Come famigliare, sarebbe per me utile guardare "To the Bone"?
To the Bone è un film, una storia rielaborata, e mentre potrebbero esserci molte persone che soffrono di disturbi alimentri che si identificheranno con questa, è importante ricordare che il film rappresenta solamente l'esperienza di una singola persona. Sottolineiamo anche che le dinamiche famigliari della storia di Ellen potrebbero risultare difficili da guardare. Può darsi che lo troverai utile per capire meglio che cosa il tuo caro sta attraversando e, finché il tuo caro ritiene che sia opportuno farlo, potrebbe essere anche utile guardarlo insieme. Suggeriamo che qualunque pensiero o emozione relativi al film vengano discussi durante o dopo la proiezione.



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Le domande più frequenti rivolte a Project HEAL (partner Netflix) sul film "To the Bone"


Alla luce dell'ampia discussione sui social media che si sta verificando, abbiamo voluto fornire alcune informazioni sui disturbi alimentari e spiegare perché abbiamo deciso di essere coinvolti in questo film. Continueremo a rimanere fedeli all'idea che questa opportunità di educare e creare consapevolezza genuina in merito a questa condizione incompresa, sia utile al benessere delle persone che soffrono di DCA e a coloro che potrebbero sviluppare questi disturbi.

Perché Project HEAL ha scelto di essere coinvolto in questo film?
To the Bone è il primo grande film sui disturbi alimentari e offre la possibilità di stimolare in un pubblico vasto la conversazione sul tema dei disturbi alimentari, le malattie mentali maggiormente stigmatizzate, incomprese e sottostimate. Abbiamo voluto essere parte di questa conversazione per educare il pubblico e guidarlo poi verso una maggiore consapevolezza e comprensione.
[…] To the Bone fa luce sulla gravità e sulla complessità dei disturbi alimentari, catturando l'impatto di queste malattie sconcertanti, sia sul paziente che sulla famiglia, mentre enfatizza l'idea che guarire è possibile.
L'intento di questo film è sempre stato quello di educare un pubblico più ampio e di raccontare la storia vera di una persona che ha lottato contro i disturbi alimentari. Nessuna storia è uguale e ci sono tante storie che bisogna condividere. Lo straordinario dibattito e la consapevolezza che To the Bone ha già generato, ci aiuteranno a farlo.

Questo film promuove l'errata concezione che i disturbi alimentari colpiscono solo le ragazze magre e non di colore?
Mentre il trailer si focalizza sulla storia di Ellen (una ragazza giovane, bianca e sottopeso, che soffre di Anoressia Nervosa), l'intero film mette invece in evidenza in modo chiaro la diversità delle persone che soffrono di disturbi alimentari; mostrando differenti diagnosi, taglie del corpo, generi e etnie.

Questo film può essere 'provocatorio' per chi soffre di disturbi alimentari?
Questo film potrebbe avere effetti potenzialmente negativi per chi sta soffrendo di disturbi alimentari. Ci raccomandiamo di valutare attentamente a che punto del tuo percorso di guarigione sei prima di guardare questo film. Ecco una nota della nostra cofondatrice, Kristina: "La guarigione dal disturbo alimentare è stata l'esperienza più impegnativa di tutto il mio percorso di vita e, agli inizi, mi sentivo provocata da alcune cose (come le amiche in cura, parlare di dieta tra coetanei, andare in palestra e vedere persone in sottopeso). Dovevo capire che stavo affrontando il mio percorso e che dovevo evitare queste provocazioni. Man mano che sono andata avanti nel percorso, sono stata in grado di 'starci' in quelle provocazioni e ora, affrontarle, rende ancora più forte il mio essere guarita e la mia consapevolezza di non voler tornare indietro. Spero che il pubblico possa tenere a mente questa prospettiva quando valuta attentamente se guardare o meno questo film."

La protagonista ha perso peso per questo film. Supportate questa decisione?
Non intendiamo in alcun modo sposare l'idea che le persone che soffrono di anoressia possono perdere peso in maniera sana. Questa è una decisione creativa delle parte che riguarda la regia, e le registrazioni sono state completate prima che Project HEAL venisse coinvolto nel film.
La ricerca prova che entrare in uno stato di equilibrio negativo e/o perdere peso può rendere le persone che hanno sofferto di anoressia più predisposte a ricadute. La perdita di peso è un aspetto che Project HEAL non sostiene. Tuttavia, siamo consapevoli che mentre l'attrice ha scelto di perdere peso per la parte, per ottenere l'immagine che voi vedete nello schermo, i realizzatori hanno utilizzato effetti visivi, speciali effetti di trucco, controfigure e particolari scelte di abbigliamento.

Come parlare a qualcuno che sta lottando contro un disturbo alimentare di questo film.
E' importante sapere come ascoltare e rispondere a chi pensa di essere in lotta con un DCA. Ascolta attivamente e non giudicarlo. Non fare commenti sul peso o sulla sua immagine corporea. Sii accogliente e gentile. Offrigli l'opportunità di rivolgersi a personale specializzato per cercare aiuto. Ricordagli che sei lì per aiutarlo e supportarlo.

Il tipo di cura che viene presentato nel film è tipico per i pazienti che soffrono di disturbi alimentari?
Questo film non è un manuale di 'come si fa' a curarsi. E' una storia ispirata all'esperienza di una donna (la regista Marti Noxon) con questa malattia. Alcuni aspetti della cura mostrati dallo psichiatra, impersonato da Keanu Reeves, e quelli mostrati nella struttura di cura, sono tipici, altri però non lo so. Per esempio, la necessità di un monitoraggio medico e di una misurazione regolare del peso è un aspetto tipico di molti protocolli di cura, ma il piano alimentare presentato nel film, in cui ai pazienti è permesso mangiare quello che vogliono, è insolito. Il film include chiaramente il messaggio che la salute è associata a comportamenti alimentari normale e al mantenimento di un peso salutare, ma fa uso di licenza artistica nella rappresentazione degli interventi che aiutano la protagonista a raggiungere la consapevolezza per il cambiamento. Project HEAL non sostiene un protocollo d'intervento piuttosto che un altro e non suggerirebbe mai ad una persona che soffre di disturbi alimentari di ricavare consigli per la cura da un film.

Abbiamo creato delle domande che possono aiutare a guidare la discussione sui disturbi alimentari a partire da questo film.
- Che cosa pensi sia inaccurato in questo film? Cosa pensi che manchi? Se non hai una conoscenza di base dei disturbi alimentari, che cosa ti ha sorpreso del film?
- Le dinamiche della famiglia di Ellen e la comprensione/incomprensione della sua malattia sono evidenti nel film. Perché pensi che questo sia un aspetto importante della trama nel film?
- Cosa faresti se pensassi che uno dei tuoi amici o un tuo famigliare soffre di disturbi alimentari? Se conosci qualcuno che soffre di disturbi alimentari, quale pensi sia il modo migliore per aiutarlo?
- Che cosa ti ha disturbato in questo film, e perché?
- Che cosa ti ha lasciato questo film?
- In generale, che cosa hai imparato da questo film?