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mercoledì 25 settembre 2013

Ancora tanta forza nel raccontare...


Danzando per la vita

  
Storia vera di Barbara M. raccolta da Giulia Bertollini

 

Era una notte di fine gennaio. Fuori, il vento e la pioggia sembravano combattere un'ardua battaglia come fossero antagonisti di una triste storia. Nella penombra della mia stanza, la luce vibrante dei tuoni ritagliava sulle pareti immagini di vita danzante mentre il lento sciabordio dell'acqua si mescolava confusamente ai ricordi di una vita trascorsa davanti ad una sbarra. Negli anni passati in Accademia avevo assaporato il merito e il successo ma nel contempo mi ero anche imbattuta nella sofferenza e nel vuoto dell'anima. Avevo sei anni quando per la prima volta mia madre mi accompagnò in una scuola di danza. E' strano come certe sensazioni si ripropongano ogni qualvolta un brivido scorra sotto la pelle. L'odore della pece solleticava quella stanchezza improvvisa che funestava i muscoli e intorpidiva la mente mentre i grandi specchi a muro riflettevano le posizioni e condannavano gli errori. Appoggiavo le mani alla sbarra e nella fatica dei movimenti sentivo il legno inumidito, impregnato di sudore. Quando danzavo riuscivo a sentirmi libera ed era come se le note sprigionate dal pianoforte accarezzassero la mia anima, trastullandola di baci. Con il tempo però, riuscii a sgrossare quella acerba realtà e quello che vidi si confondeva con i miei sogni, dissacrandoli e annegandoli nella confusione. Non tutte infatti, compresa me, possedevano quelle linee perfette che la danza richiedeva come fosse un dettame obbligatorio e questo, unitamente ai chili di troppo, poteva infierire nella mente di una ballerina ambiziosa. Durante il quinto anno di corso, provai a mie spese che la rincorsa della perfezione è spesso il riscatto dell'abnegazione totale. Indossavo la magrezza come l'abito migliore e guardandomi allo specchio, adulavo le ossa sporgenti. Non immaginavo a cosa stessi andando incontro fin quando un giorno capii che il mio stomaco era diventato un piccolo imbuto. L'incubo assunse così contorni spaventosi sino a rivelare il proprio nome: Anoressia.

 

 

Seduta a tavola, fissavo il cibo e sfidavo il suo odore cercando di frenare l'impulso del vomito improvviso. La bistecca riposava nel piatto accomiatando la forchetta, appoggiata tra le labbra della bocca. Fingevo di masticare buttando giù saliva, un gioco perverso dietro cui annullare preoccupazioni e paure. Il calore avvampava le orecchie e il cuore batteva all'impazzata, scandendo ritmi sovrapposti. Mi alzai di scatto dalla sedia correndo trafelata verso il bagno, mentre sentivo lo stomaco mordersi per poi svuotarsi come un peso stanco nella tazza. Il cibo si trasformò pian piano in un'amara ossessione, un demone da cui dileguarsi, un avido nemico da sconfiggere. I capelli divennero sempre più radi, ridotti ormai ad un insolito mucchietto e il sangue mestruale si arrestò. Arrivai a pesare 33 kg per 1.72 di altezza. Intanto in Accademia, fervevano i preparativi per il saggio di fine corso. Il balletto scelto era “La Bella Addormentata” di Chaikovsky, uno dei più grandi capolavori del musicista russo. Presentimenti negativi infarcivano ed adombravano i pensieri mentre sentivo affrettarsi il passo cocente della delusione. L'amara convinzione si dissolse però nelle parole dell'insegnante:

“ Barbara, tu interpreterai la Fata dei Lillà”.

Il grido interiore di entusiasmo faceva a cazzotti con il senso di inadeguatezza. Durante le prove, sentivo le gambe afflosciarsi come panni sbattuti e la testa girare vorticosamente.  Di notte, immobile nel letto, dipingevo con lo sguardo il mio corpo vissuto e straziato. Lo vedevo lì, steso a terra, martoriato e coperto di lividi profondi, mentre a stento tentava di rianimarsi, assetato di vendetta.

Con le mani, tastando il ventre nudo, rivelavo solchi e ossa e, nel silenzio, trangugiavo a sorsi la disperazione, arginando le lacrime. Ogni giorno di vita era una fuga dall'abbraccio della morte. Ballando sulle punte, eclissavo i languori spenti e i sorrisi persi raggirando il dolore che mi scuoteva. Ma, un giorno, accadde l'imprevedibile: durante le prove in teatro, mentre mi esibivo in una variazione, caddi rovinosamente a terra. La Fata dei Lillà giaceva sul pavimento, priva di sensi.

 

 

Quando riaprii gli occhi, mi ritrovai in un letto di ospedale con l'ago della flebo conficcato nel braccio. Non ricordavo nulla di quanto era accaduto. Era come se la memoria si fosse tramutata improvvisamente in un buco nero nel quale gorgogliavano marce speranze e desideri infranti. Nella sacca, le gocce di glucosio cadenzavano il tempo malsano, ristorando l'aspra sconfitta. I mesi intanto trascorrevano lenti, animati talvolta dalle visite di parenti e amiche dell'Accademia. Mi rinserravo nei loro gesti d'affetto,rubando sorrisi ed estorcendo consigli. In quel momento, più che mai, avevo bisogno di ricevere calore e amore da chi mi voleva bene. Purtroppo però, i miei genitori erano morti in un tragico incidente stradale quando avevo undici anni e la loro perdita non si era mai cicatrizzata. Nel frattempo, i medici mi sottoposero ad alimentazione forzata, costringendomi ad ingerire piccole quantità di cibo per riabituare lo stomaco. Le macerie del corpo si sgretolarono sotto il peso di una nuova pelle. Lottavo tutti i giorni per vivere e per ricominciare a danzare. Ad ogni boccone di cibo, ingerito e non rimesso, rimuginavo sul lungo calvario vissuto espiando l'inammissibile ingenuità. Riacquistavo giorno dopo giorno i chili persi mentre la mia vecchia immagine affondava trascinando assieme a sé le viscere del mostro. Mi sentivo meglio e questo bastava a darmi la carica per non arrendermi. Come un leitmotiv, continuavo a pensare alle parole di mia madre all'epoca in cui entrai in Accademia.

“ Sarà una strada difficile, ardua, alcune volte penserai di perderla di vista ma guarda dritta sempre davanti a te e la ritroverai. Ne sono certa. Rincorri i tuoi sogni e questi un giorno diventeranno realtà”.

Quanto aveva ragione!. Terminato il periodo di ricovero, tornai in Accademia. Ero pronta ad un nuovo inizio e stavolta niente mi avrebbe fermato. L'anoressia si era insinuata subdolamente come un amante mendace strappandomi dalle mani il futuro e violentando i sogni ma io avevo dimostrato di essere più forte e avevo vinto. Ce l'avevo fatta. Oggi, da ballerina professionista, posso raccontare la mia storia infondendo coraggio a tutte le donne che rinnegano la loro immagine braccando la femminilità nell'assenza di curve. Voglio dire loro che, prima di amare gli altri, bisognerebbe imparare ad amare se stessi con le proprie imperfezioni e instabilità. Stasera si va di nuovo in scena per una replica del balletto “Il Lago dei Cigni”. L'emozione è palpabile. Seduta in camerino, osservo l'immagine riflessa di Odette. L'altra metà, Odile, l'ho seppellita dentro di me tanto tempo fa. Mancano cinque minuti. Mi alzo avviandomi dietro le quinte mentre in platea serpeggia il silenzio.

Il sipario si alza e la luce si spegne. Lo spettacolo può iniziare. 

 

 

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