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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

lunedì 23 ottobre 2017

In un angolino


A distanza di tempo e con la mente lucida e funzionante mi chiedo: "A cosa è servito tutto quel dolore? Tutta quella ostinazione diretta solo verso quel numero?"
Forse oggi l'ho capito, magari non pienamente, però ora una visione parziale di quello che è successo posso dire di averla. Ho passato gli ultimi 3 anni in un inferno, in una gabbia dorata che all'inizio mi faceva stare bene, mi dava sicurezza, mi faceva sentire forte e indistruttibile, senza rendermi conto che se pur dorata sempre di una gabbia si trattava e che quella che stava diventando indistruttibile era l'anoressia e non io. E' stata come una caduta vertiginosa e velocissima verso un abisso dal quale non riuscivo più ad uscire, e nel quale all'inizio non mi rendevo nemmeno conto di essere caduta. 40, 38, 36, 35, 34, e 33 kg; dolore e confusione. Ossa che facevano male, calcoli infiniti di calorie introdotte meno quelle bruciate, 10 chilometri al giorno, doccia fredda per bruciare più energie. Poi le crisi dissociative, l'autolesionismo e una fase di binge mai ammessa e mai accettata. Un incubo che sembrava non finire mai.
Ho pregato per mesi di non svegliarmi più, che senso aveva alzarsi la mattina per dar vita a quel rituale ogni giorno identico a se stesso? Che senso aveva continuare a vedere il dolore negli occhi dei miei genitori senza riuscire a provare nemmeno dispiacere se non rabbia e voglia di continuare ostinata verso la mia meta? Che poi prima non lo capivo, ma ora lo so, la mia meta era lo 0, il nulla, il vuoto, la pace, la fine. Perché?
Perché non riuscivo ad accettare le mie debolezze, quelle che ognuno di noi ha, perché non riuscivo ad elaborare che nella vita possono accadere cose di cui non siamo responsabili ma che ci vedono solo come vittime, perché ostinarsi in qualcosa che mi riusciva probabilmente più facilmente era più semplice di affrontare la realtà, però è in questa realtà che vivo, che viviamo tutti, e allora ho capito che per morire c'era sempre tempo, mentre quello che mi restava per vivere in quelle condizioni stava per scadere. Oggi sono una studentessa di psicologia al primo anno, oggi ho degli amici, ho una persona vicino che forse potrebbe volermi bene per davvero, oggi cucino e mangio a seconda di quanto ne ho voglia e necessità, oggi non cammino più per raggiungere i 10 chilometri giornalieri ma perché fare una passeggiata mi fa stare bene e mi rilassa.
Ci sono voluti anni per avere i primi risultati, e le ricadute sono sempre state dietro l'angolo, ma la fame di amore che avevo per la vita ha superato la forza dell'anoressia e l'ha buttata in un angolino, nello stesso angolo dove ero stata io per anni senza capire che stavo solo sopravvivendo e non vivendo.
Con l'aiuto e con l'amore possiamo tutti tornare a riprenderci la nostra vita, non sarà di certo una passeggiata piacevole e senza inciampi, ma anche questo renderà la vittoria finale ancora più bella e scaccerà finalmente via la voglia di tornare a chiudersi in quella gabbia che toglie l'ossigeno e a lungo andare la vita.

Giorgia

domenica 22 ottobre 2017

L'anoressica obesa


Quante volte avete visto una cicciona mangiare come un uccellino? Addentare anche solo una mela con morsi piccoli, ma cadenzati?
Cosa avete pensato di lei? Quello che molti pensano dei ciccioni: “con tutto quello che ha mangiato per diventare così, non avrà di certo fame”. Certo, perché per voi “normali” la fame è qualcosa di conosciuto, di identificato. Il senso di fame, che cosa bella: hai fame quindi mangi. Poi ti sazi e smetti. Chi soffre di un disturbo alimentare non conosce il senso di fame, talvolta conosce i crampi allo stomaco, quelli a cui è abituato a resistere perché quel giorno deve digiunare. Quel giorno e altri giorni, per più giorni fino alla prossima abbuffata.
Ho raccontato tante volte la mia altalena tra un dca ed un altro, ma mi accorgo che ogni volta viene fuori un aspetto differente, questo perché le sfaccettature sono tante. Chi soffre, o meglio, chi ne ha sofferto ed ha avuto il modo di indagare sa. Chi si trova invece, ad avere a che fare con un malato non si renderà conto subito di quanto sta accadendo alla persona: siamo bravi a nascondere e a nasconderci, a far finta che tutto vada bene. Non lo facciamo per vittimismo, ma perché il digiuno ci esalta, ci fa sentire forti: ci dona la piacevole illusione che possiamo controllare la nostra vita mentre è la vita stessa che ci sta sfuggendo tra le mani.
Quindi?
Quindi dopo aver raggiunto i 130kg a 25 anni (ed innumerevoli diete da specialisti e poi fai da te), ho avuto la fortuna di poter chiedere aiuto. L’ho fatto silenziosamente, come silenziosissime e nascoste erano le mie abbuffate durante le quali riuscivo ad ingurgitare anche 2000/3000kcal in mezz’ora.
Ho trovato un gruppo di auto-aiuto: un piccolo forum con persone che si raccontavano. Trovare esperienze simili, background e dinamiche familiari così uguali alla mia mi ha fatto sentire a casa. Qualcuno era in cura, qualcuno no, ma tutti riuscivamo a darci una mano e iniziavamo ad analizzare con lucidità quanto accadeva. Rileggendo oggi quelle conversazioni, posso accorgermi dei periodi di non lucidità di ognuno di noi: la nostra forza era proprio il riuscire a svegliare l’altro dal torpore, risollevandolo dall’abisso in cui stava di nuovo scendendo. Iniziai a capire di come il vedermi diversa allo specchio a distanza di poche ore potesse essere un problema e non un’effettiva trasformazione: da un momento all’altro della giornata ero “gonfia – no però ora mi si vedono gli zigomi – ora no” e questo poteva cambiare sia l’esito della mia giornata, sia il mio comportamento nei confronti del cibo.
Questo percorso, dopo circa due anni, iniziò ad andare di pari passo con un’alimentazione controllata e l’inizio dello sport. Che bello vedere la bilancia scendere, che bello vedere che quei pantaloni taglia 64 iniziavano ad andare larghi. Lo scoglio psicologico dei 100kg e poi ancora giù. Ad 80 mi vedevo magra, ma ancora avevo paura a passare negli spazi stretti e a sedermi in un cinema con quei dannati braccioli in cui il mio enorme sedere non sarebbe entrato.
Quando perdi tanto peso è fisiologico che il tuo corpo vada in allarme e decida di fermarsi. Il tuo corpo si ferma, la tua testa no e all’improvviso ti ritrovi che non ti basta più perché tu non puoi più controllare il tuo corpo. E se non puoi controllare il tuo corpo significa che nulla più andrà come deve, come decidi che debba andare. I perché delle abbuffate compulsive possono essere tanti: per me, e l’ho capito solo dopo anni ed ora con la terapia, era energia inespressa. Mangiavo per accumulo, per tenere tutto con me, per controllare che tutto rimanesse con me. Si chiama paura dell’abbandono. Paura che l’abbandono dipenda da te stesso, da qualcosa che tu hai fatto.

Ad 80kg mi fermo. La bilancia non scende più. Inizio sessioni giornaliere di fitness che durano due ore. E non mangio. Il mio diario alimentare, strumento che oramai utilizzo da ben due anni ininterrottamente, sembra scritto da un colibrì a dieta. Giornate in cui mi reggo con una sola mela verde. Le abbuffate sono scomparse quasi del tutto, ma mi pongo l’obiettivo, quando faccio sport, di fare tre o quattro pasti che abbiano al massimo 100kcal ognuno. Annoto tutto. Anche i caffè non zuccherati. La caramella. Il morso al cioccolatino.
Piango, letteralmente piango, al pensiero di dover uscire e mangiare una pizza. Naturalmente l’unica cosa che avrei toccato quel giorno. Sono perfetta nella mia distruzione che va di pari passo con l’ossessione dell’apparire sempre eccessivamente in ordine: mai un capello fuori posto, mai un’unghia con lo smalto rovinato in un punto invisibile. Il nervosismo che deriva dal capire che una di queste cose non è andata come desidero e che non ho modo di rimediare mi fa diventare un’altra persona: buia, aggressiva.
Come ne sono uscita? La realtà è che ci è voluto tanto tempo: anche quando ho raggiunto un’apparente stabilità non ero ancora guarita del tutto. Oggi ho 35 anni e sebbene non abbia più abbuffate e non pratichi più il digiuno, sono ancora a parlarne. Ne parlo con chiunque sento ne abbia bisogno e ne parlo con la mia terapeuta. È proprio grazie a lei che ho capito di aver fatto tanta strada da sola fino a quel momento, ma che avrei avuto bisogno di una mano tesa dall’alto per sciogliere tutti i nodi che ancora mi tenevano stretta.
I dca sono come un’enorme lettera “Q”: è un continuo girotondo, ci si illude di poter uscire da quella coda, ma quando sei lì per imboccarla, il vortice ti riprende dentro.
Uscirne non è facile: fa paura, fa male, ma non farà mai tanto male quanto l’esserci dentro.

Diana C.

giovedì 19 ottobre 2017

Che senso ha?


Che senso ha? 
Che senso ha uccidersi lentamente perché nel tuo mondo super controllato le emozioni ti distruggono e devi farle tacere! 

Che senso ha? 
Viversi immaginando di essere sempre una persona diversa da ciò che sei! (Quando sarò...) 

Che senso ha? 
Vivere a mille certi ruoli e dimenticarsi di se stesse appena il mondo lì fuori si silenzia. 

Che senso ha? 
Vivere sempre in tensione, aver paura di sbagliare e quando succede, tutto ciò che di buono hai fatto crolla, come se un sassolino fosse capace di far crollare un castello. 

Che senso ha? 
Smettere di sognare, di esserci per vestire sempre della stessa "divisa". 

Che senso ha? 
Vivere sentendosi morte dentro. 

Non ha senso, non ha nemmeno senso sentirsi migliori di altri perché il dolore ti ha reso una bella persona se continui a farti del male! 
La malattia è una bolla, non è una prigione! È un gran sistema sofisticato di pensieri bugiardi, di emozioni nascoste e non vissute e superate, di mille te che non sei tu! 

Fermati, guardati allo specchio e chieditelo: "Che senso ha?" quando la vita ti chiede solo di esserci e di riuscire a dare e darti qualcosa di te, di nuovo ogni giorno! 

Che senso ha? 

Dedicata a me, alla mia storia a tutte le belle persone che soffrono.
Clara

venerdì 13 ottobre 2017

IO-VOGLIO-VIVERE



È la prima volta che scrivo della mia storia, se non in siti pro Ana all'inizio del mio disturbo. Stavolta voglio scrivere di cose che riguardano la vita, anziché la morte.
Sono 3 anni che ci sono dentro fino al collo, ma sono circa 6 anni che sono ossessionata da cibo/peso/forme corporee. Ho iniziato appunto aggregandomi a siti pro Ana, per poi finire nel primo dei centri che mi hanno seguita. Mi sono fatta aiutare subito, al primo calo ponderale di peso, ma non è bastato. Sono stata ricoverata 6 mesi in questo centro dove non ero collaborativa, per cui mi hanno mandato un mese in ospedale.
Da lì sono passata in un altro centro, dove sono rimasta per un anno. Dopodiché sono tornata a casa, "pronta" ad affrontare la vita. Illusione. Sono riuscita un mese ad essere libera, poi ci sono ricaduta in pieno. Le ossessioni crescevano e il peso scendeva. Di nuovo.
Sono tornata a chiedere aiuto al primo centro, che mi ha sostenuta finché ha potuto. Ritenendosi NON in grado di aiutarmi, mi hanno inviata in un ennesimo centro dove sono rimasta 3 mesi. In poche parole, sono 3 anni che non vivo a casa mia. Adesso sono tornata, da una settimana, è molto poco per poter dire di star bene. Mi peso ogni mattina e seguo la dieta datami dalle dietiste del centro senza sgarrare di una virgola. Anzi, a volte mi capita di togliere qualche grammo. Ma per il momento, sono così felice di essere finalmente a casa con la mia famiglia che mi spaventa più il PERDERE peso che prenderlo. Le ossessioni sono ancora un tormento, ho il senso di fame e sazietà completamente sballato e per questo ho paura di perdere il controllo. Sogno abbuffate (che non ho mai fatto, per ora), e sono terrorizzata dalla mia fame.
Ma ho anche fame di vita, di amore, di parole. E voglio dare speranza, a chi ancora non ne ha.
Nel mio ultimo ricovero ho capito una grande cosa, il cibo è nostro amico. È la nostra medicina. Attraverso questo ritroveremo la voglia di vivere, di amare, di parlare. Io ho personalmente appurato che da quando mangio in modo regolare (seppur molto doloroso), ho riappreso le bellezze degli attimi. Come una cena in compagnia, raccontarsi a fine giornata le cose positive successe, mangiare un gelato con gli amici... ripeto, il cibo è vita! È la connessione con il mondo. Tolto quello, tagliamo i ponti con la socializzazione. Riappropriarsi del cibo è contatto con il mondo. Riappropriarsi del nostro pensiero, senza che il mostro ci assalga, è libertà. Ancora a volte mi soffermo a pensare che 3 anni sono pochi, che ancora la malattia deve fare il suo decorso... ma poi penso a cosa mi sono persa e a cosa mi perderò se continuo ad andargli dietro come un cagnolino.
Prima pensavo di non esserne capace, adesso so che IO POSSO SCEGLIERE. E scelgo la vita, l'amore, le parole non dette per 3 agonizzanti anni. Voglio provare le emozioni che mi sono state sottratte. IO-VOGLIO-VIVERE!

Margherita

giovedì 12 ottobre 2017

Quel riflesso...


Parlando di disordini alimentari, è facile pensare a parole come "anoressia", "bulimia" per descrivere chi ne soffre, parole che generalmente sono il sunto di quanto in realtà il disagio nasconde.
Partendo dal fatto che chi soffre di eating disorders non necessariamente appartiene ad una di queste categorie, e che nemmeno è facile definirle tali, bisogna precisare qualcosa: il disordine alimentare non si sviluppa, come la varicella, con indubbi segni di riconoscimento. Tanto meno esiste una e una sola cura. E quindi, quando nell'immaginario generale si dipinge nella mente la raffigurazione dell'anoressica, si è soliti pensare ad una scheletrica creatura che rifiuta il cibo con fermezza e che ha come intento e scopo quello di assomigliare a una modella o di essere esteriormente bellissima.
Sbagliato.

Immaginate di svegliarvi, e sentirvi pesanti. Non potete muovere un piede, poi l'altro, e le gambe. Vi trascinate lentamente fino allo specchio, domandandovi cosa succede.
Arrivate lì, fate uno sforzo e immaginatevi di veder riflesso un estraneo.
Chi diamine è quello? Che ne ha fatto del mio riflesso?
Ma il tempo scorre veloce e non importa se questo cambiamento vi penalizza, dovete correre, immergervi nella vita e continuare come se niente fosse.
Continuate a immaginare, pensate di arrivare a lavoro, a lezione, esauste e sconsolate, credendo di trovare un riscontro del vostro triste cambiamento nell'opinione altrui. E così non è. Ognuno, impegnato alla sua postazione, non nota che improvvisamente voi non siete più voi. Eppure è così evidente, insomma, non passate più dalle porte e gli estranei vi fissano allarmati. Godzilla! Ma nessuno vi vede e lì, invisibili, continuate mollemente a vivere.
I giorni passano, questa misteriosa metamorfosi non tende a regredire. Anzi! Ogni giorno il vostro aspetto cambia radicalmente, fate un baffo a Kafka, voi sì che siete regine della trasformazione notturna! Questi cambiamenti diventano ogni giorno più limitanti, debilitanti, ma quale medico curerebbe una malattia che non vede? Mondo di ciechi, son tutti impazziti?
E così, lentamente, un giorno per volta, smettete di parlarne. Il riflesso e voi, questo dubbio, questa condanna. Odio che sempre più visceralmente covate verso uno specchio che vi ha derubate della vostra identità.
Che fare? E adesso pensate questo: Mi odio. Voglio morire.
Se oggi mangio anche solo altre 100 calorie domani ingrasserò.
Ho vomitato un caffè.
Questi 39 chili sono odiosamente troppi.
Peso 100 kg e ogni giorno mangio 300 kcal. Il caffè è rigorosamente senza zucchero.
Peso 35 kg e oggi ho ingerito 5000 kcal.
Oggi lo specchio mi ha mostrato un edema, non posso indossare più nulla.
La mia vita è finita, preso quel chilo, non posso più sostenere l'esame. Non posso baciare il mio ragazzo, non posso uscire.
Mi odio.
Perché mi sono svegliata stamane e non riesco a digiunare?
Provate ad evitare tutti gli specchi.
E le bilance.
E i fast food.
E i supermercati.
E il frigo.
E il cibo.
Provate a sentire l'adrenalina del digiuno assoluto e a sopravvivere al vuoto dello stomaco e non riuscire più nemmeno a muovere un passo dopo aver mangiato anche del cibo crudo, pur di ingoiare qualcosa.
Ogni giorno.
E ancora, e ancora, e ancora.
E perché?
Le modelle sono indubbiamente bellissime, ma non è la copertina di Cosmopolitan il vostro obbiettivo.
Ma quel riflesso, quel numero che quantifica la precisione dell'immagine che vi qualifica come persone degne o persone indegne. Nessuna morale, solo numeri.
E cercare, ogni singolo giorno, di arrivare allo zero.
Non importa se utopico, non importa se impossibile, non importa niente tranne quel riflesso che improvvisamente non vi appartiene più. Derubati della vostra identità come lo fu Mattia Pascal. E non potete mica fuggire al casinò, eh no! Dovete convivere ogni giorno con quell'incubo quale il non essere padroni della propria vita.
Incatenati a vincoli, regole, paure, paranoie, dismorfofobia.
Ecco, questi sono i disordini alimentari, non certo il voler somigliare a Kate Moss.
E non ditemi che è colpa dei media. Quando un abuso, una violenza, un trauma, un susseguirsi di infinita tortura personale ha segnato una persona, non c'è media che possa avere più valore di questo.
Non pecchiamo di superficialità, non adesso che siamo dotati di strumenti di informazione abbastanza facili da utilizzare.
E ricordiamoci anche che il disturbo alimentare è il SINTOMO, non il problema e basta.


Ilenia Romano


martedì 10 ottobre 2017

La mia ancora di salvezza


Il disturbo alimentare è come un demone che divora il tuo corpo, giorno dopo giorno, fino a spegnerti, riducendoti ad uno scheletro.
Identificarlo non è facile, soprattutto all'inizio, ma i comportamenti sono evidenti: rifiuto del cibo che poi diventa un'ossessione, mania del controllo, confronto con lo specchio e la bilancia, ricerca assoluta della perfezione...
Il disturbo alimentare per me, che l'ho provato sulla mia pelle, rappresenta il senso di vuoto, un vuoto incolmabile, un senso di dolore profondo. Molto spesso le persone giudicano e pensano che la persona che soffre non voglia mangiare per un semplice capriccio, senza soffermarsi a pensare che magari dietro ad rapido dimagrimento si può nascondere una sofferenza.
Chiedere aiuto per chi soffre di un disturbo alimentare non è per niente semplice, è un po' come sentirsi falliti. Nel mio caso, erano i miei genitori che mi spingevano a chiedere aiuto, erano terrorizzati, ma io ovviamente mi rifiutavo. Anzi, diventavo nervosa e aggressiva alla frase "ti devi fare aiutare".
Poi un giorno, quando ero al controllo dalla nutrizionista, che mi pesò, ero arrivata ad un peso molto rischioso ed in quel momento capii di quanto grave fosse la situazione. Solo a quel punto ho alzato le mani e ho chiesto aiuto. È stata lei, la mia nutrizionista che mi ha indirizzato ad andare da uno specialista, mi fissò lei la visita dallo psichiatra e devo dire che è stata la mia salvezza.
La mia famiglia non mi ha mai abbandonata, nonostante le notti in bianco che gli facevo passare dalla paura. I miei genitori hanno sempre creduto in me, mi hanno sempre preso per mano e accompagnato in questo mio duro percorso affinché io cercassi di evitare il ricovero (per grazia di Dio l'ho evitato). Per molti mesi li ho visti piangere, ho visto scritto nei loro occhi il senso di impotenza, e ho sofferto con loro perché io non avevo la certezza che il giorno dopo sarei stata ancora in vita.
Chi soffre di questo disturbo spesso si sente anche solo, e io mi sentivo sola sempre, a parte i miei genitori, non avevo nessuno, nemmeno amici. E penso non ci sia cosa più brutta, più triste, più dolorosa, più drammatica che sentirsi soli anche accanto a chi ci ama. Loro sono stati per me la mia ancora, infatti oggi ho un'ancora tatuata: è la mia ancora di salvezza.
Ho seguito per mesi un percorso di psicoterapia, faticoso. Non è per niente facile. È stressante. Visite su visite. Nessuno mi ha aiutato. Senza ombra di dubbio i farmaci hanno contribuito, ma ne sono uscita da sola con le mie forze e se ripenso a quello che ho fatto mi scendono le lacrime perché non è da tutti uscirne senza ricovero. Devo ancora sistemare delle cose per dire di aver vinto definitivamente, ma sono sulla buona strada.
Non uscivo mai di casa, la mia vita sociale so limitava ad un semplice "ciao" e quelle rare volte che uscivo, indossavo felponi per nascondere la mia magrezza o, peggio ancora, le ossa sporgenti. Stavo male e non sapevo come esternare il mio dolore perché nessuno mi poteva comprendere. Mi ricordo che scrivevo su un quaderno, scrivere era l'unico modo che mi aiutava a liberarmi, ma è una cosa che non farò mai leggere a nessuno.
Penso sia importante condividere la propria esperienza perché in primis è giusto che le persone che ti conosco sappiano quello che hai passato e come l'hai superato, e poi perché magari la tua esperienza potrà essere utile a tantissime altre ragazze. Una parola in più per una persona che soffre è importante.
Prima di iniziare a fare una dieta "fai dai te" pensateci due volte, perché perdere il controllo è un attimo. Non chiudetevi in voi stessi e non lasciatevi morire, l'anoressia è una brutta bestia. Ricordatevi che un corpo scheletrico non sarà mai felice, perché la vera felicità non si misura con le bilance o indossando una taglia 38, la felicità si misura con i sorrisi delle persone che avete intorno.

Chiara Pellicci

Il bruco con le ali


Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla”.

Sei un’anima in un corpo, non soltanto un corpo. Amalo, curalo, vestilo bene, nutrilo. Ricordati una cosa: il tuo corpo è la casa della tua anima, merita e necessita cure ed amore. Non hai paura di scoprire nuove cose, di provare, di accrescere le tue conoscenze, hai paura però dei segni sul tuo corpo, del mezzo chilo in più, di quella ruga vicino agli occhi, di quel brufolo sul mento pronto a far capolino. Il brufolo passa e i segni che ci sono rappresentano la tua storia. Abbine cura e non spaventarti di essi, nessuno li noterà se tu sarai la prima a fregartene, e se li noterà, non per forza li guarderà con occhi di critica come pensi.

Non smettere mai di credere in te stessa, mai. Solo tu hai la facoltà e la capacità di amarti e di bastarti; ma, allo stesso modo, solo tu sei in grado di annientarti e di sminuirti fino a farti sentire una nullità. Sei umano, l’imperfezione è il tuo pane quotidiano. Oltre ad essa ricorda che esiste anche il miglioramento, l’accettazione e la soddisfazione. Migliorarsi ogni giorno, accettare anche i propri limiti e le proprie pecche, cercando di renderle più sottili e di reinventarle e sii soddisfatto di dove sei ora. Certo, la strada è ancora lunga, molte volte ti senti inutile o ti pare di non aver concluso nulla nella tua vita. Non è così. Saresti falso ad affermare una cosa del genere. Il fatto che tu non abbia ancora trovato la tua strada, non implica che tu non abbia fatto o che tu non stia facendo nulla. Pensa che poco più di un anno fa avresti gestito il tutto semplicemente non gestendo nulla e abbracciando una tazza del bagno per eliminare quello che avevi ingurgitato per zittire i tuoi problemi. La strada giusta non l’hai ancora trovata, ma, come si suol dire, “tutte le strade portano a Roma”. Magari non ci arrivi in cinque ore, ma in dodici, ma ci arrivi. La bellezza che troverai sarà la stessa. Ci saranno anche delle strade senza uscita lungo il tuo percorso, delle vie interrotte, delle deviazioni, dei cantieri che lo rallenteranno. Farai delle soste lungo il tragitto perché sarai stanco e, alle volte, ti chiederai perché hai deciso di metterti in viaggio. Quando sarai arrivato a destinazione tutto sarà chiaro. L’arrivo sarà sempre seguito da un nuovo percorso e poi da un altro ancora. Riuscire a trovare un senso a quello che si fa, renderà la tua crescita ricca di senso e peserà molto meno nei momenti bui e difficoltosi.

Giada Rochetto

venerdì 6 ottobre 2017

Gratitudine.


GRATITUDINE, questo è il mio sentimento oggi che è stato deciso di adottare il nostro "fiocchetto lilla" come simbolo universale di riconoscimento in tutto il mondo.
Grazie a tutti quelli che mi hanno accompagnato in questo straordinario progetto di vita, non posso elencarvi tutti, perché correrei il rischio di dimenticare qualcuno.
Grazie anche a chi poi non ci ha più creduto e, grazie anche a chi pensava inizialmente che il mio fosse solo un sogno utopistico dettato dal grande dolore paterno, mi avete sostenuto tutti a vostro modo.
Grazie a chi sta ancora impegnandosi in un riconoscimento istituzionale nel nostro paese, ma questo straordinario mezzo che è la rete è riuscito ad abbattere i confini, facendo sì che questo piccolo simbolo rappresenti dignità, riconoscimento, ricerca, cura e nuova cultura sui disturbi alimentari. Infine, permettermelo, il mio più grande grazie a tutte le Stelle del cielo che hanno soffiato per questo nuovo vento.
Vi prego condividete, perché questo riconoscimento è di tutti voi.

Stefano Tavilla

#coloriamocidililla

"The story behind the Lilac Ribbon: How a father's courage has inspired a national campaign for better eating disorder care"

sabato 30 settembre 2017

Parole per guarire.



Fine settembre 2013 - fine settembre 2017: 4 anni, sono passati 4 lunghi anni dall'inizio della mia terapia. E solo negli ultimi giorni, in occasione di questa ricorrenza, ricordo un episodio, un avvenimento che a modo suo si è poi rivelato essere terapeutico e che mi ha insegnato che è davvero possibile trasformare gli ostacoli in opportunità, anche quando ci si ritrova impantanati nel buio più profondo della malattia.

Era il 2015, una mattina di pioggia di metà aprile, la mia psicoterapeuta era impossibilitata a fare i nostri colloqui, a causa di un incidente. Non appena venni a saperlo, un nodo mi strinse talmente forte la gola che non riuscivo a trattenere le lacrime, scendevano ininterrottamente. Il mio istinto, quell'istinto di sopravvivenza che (per fortuna) prende il sopravvento nei momenti critici del percorso, mi suggeriva che dovevo fare qualcosa, qualcosa per fermarle, qualcosa per salvarmi.
Io che fino ad allora avevo rifiutato qualunque approccio o tentativo di avvicinamento, mi sentivo persa, abbandonata, completamente sola. Ero distrutta. "Come un castello di carte travolto da una tempesta di sabbia", scrissi poco dopo.
Quella mattina, mi tornò in mente un bigliettino da visita che la Dottoressa mi aveva lasciato e su cui aveva appuntato il suo indirizzo e-mail: "Mi scriva Sandra, ogni volta che vuole", mi disse all'inizio del nostro percorso insieme; era ormai già passato più di un anno.
Ma io, in realtà, non avevo mai scritto nulla, di me, su di me, non ci ero mai riuscita prima.
Com'era possibile che esistessero davvero parole per dare un senso a quel dolore che mi portavo dentro?
E invece esistevano, esistono. Lei che sin dall'inizio aveva tanto insistito sul valore e sull'importanza della parola, delle parole, nel momento in cui queste parole tra di noi erano venute a mancare, lei era riuscita a tirarle fuori dal profondo della mia oscurità, una dopo l'altra.
Solo quella mattina, solo allora, trovai il coraggio di scrivere, di mettere per la primissima volta nero su bianco quello che provavo. L'urgenza di comunicare il mio dolore era diventata tale, dopo anni e anni di silenzi che avevano accompagnato l'arrivo della malattia, che non potevo più soffocare quel disperato grido d'aiuto che portavo dentro. Per anni lo avevo nascosto dentro, camuffato agli occhi altrui per la paura del giudizio; ero un'adolescente, intorno a me c'erano continuamente occhi che misuravano, che sop-pesavano, la mia bellezza, la mia preparazione, il mio valore. Davo per scontato che avrebbero capito: i silenzi pieni di tutto e di niente, gli sguardi persi nel vuoto, a contemplare una sofferenza che a poco a poco stava strappando leggerezza alla mia gioventù.
Avevo finalmente trovato una "compagna di viaggio" capace di accoglierlo, di ascoltarlo, quel grido, con tutto l'amore e le attenzioni che solo una relazione terapeutica efficace sa restituire.
Avevo bisogno di aiuto, e fu quella la prima volta in cui mi resi davvero conto che "da sola" non ce l'avrei fatta, non sarei sopravvissuta alla violenza della malattia senza un aiuto esperto. Scrissi quelle parole di getto, con una franchezza a me ancora del tutto sconosciuta.

Ricordo ancora oggi, a due anni e mezzo di distanza, la grande emozione che provai nel ricevere la risposta a quella prima email: "Cara Sandra, nessuno riesce da solo, tutti abbiamo bisogno di compagni di viaggio e di riferimenti che ci aiutino e ci incoraggino nel percorso…".
Credo che in fondo già allora il mio inconscio sapesse che quello sarebbe stato l'inizio di un lungo e intenso dialogo, al fianco della mia guida, con la mia parte più intima, quella più bisognosa di ascolto e di attenzioni per poter ricominciare a vivere, per guarire.
E così, un po' alla volta, ho imparato che ci sono parole che possono davvero rimarginare le ferite e riappacificare gli animi.

Non sottovalutare mai la forza delle parole
possono ferire, come missili, armi da fuoco, per annientare il nemico.

Non sottovalutare mai il peso delle parole, 
possono diventare aria, da respirare, ossigeno, per vivere. 

Non sottovalutare mai il valore delle parole, 
possono essere carezze, per accogliere chi ci vuole bene, chi ti vuole bene.

E, soprattutto, non sottovalutare mai te stessa
vali molto di più di quanto la malattia ti fa credere.  

Sandra

venerdì 29 settembre 2017

Al punto di partenza


Quante volte ho avuto l'impressione e non solo, di tornare indietro. 
Ho cercato per tanto tempo di camminare per mano con me stessa e potermi accompagnare verso quel varco di luce, che dentro di me volevo davvero poter finalmente raggiungere. 
Anni in cui piccoli passi fatti in avanti, almeno così sembrava, mi facevano illudere di aver trovato la giusta chiave di lettura, quando in realtà era solo un altro modo per sentirmi brava, efficiente, di poter dire di aver fatto tutto come doveva esser fatto. 
Avvertire in certi momenti il sollievo dei medici che mi seguivano nelle cure per apparenti miei progressi, mi portava in tanti momenti a non esser completamente sincera con loro. Se lo fossi stata avrei letto la delusione nei loro occhi, e mi sarei sentita nuovamente una fallita. 
Cercavo di riprendere peso, quindi tornavo ad alimentarmi, senza render noto però, il piccolo particolare di tutte le volte che mi chiudevo in bagno a vomitare. 
La vergogna che mi divorava cercavo di buttarla fuori insieme a ciò che la provocava senza riuscirvi e confessarlo era davvero troppo per me, avrei preferito sparire piuttosto che raccontare quegli episodi così riprovevoli. 
Allora continuava la mia marcia tra passi in avanti dettati dalla paura, dalla volontà di non destare troppa preoccupazione, di essere ancora una volta perfetta e inevitabilmente passi cadenzati verso il punto di partenza. 
Ho continuato a cadere tante, tante volte anche quando nella mia testa è cominciata a diventare più nitida l'immagine di ciò che volevo conquistare, in quel caso però ho sentito, anche con dolore e timore, l'importanza e l'inevitabilità della caduta. 
In qualche modo l'aver perso il controllo anche sul raggiungimento dei miei traguardi verso la guarigione, mi ha dato modo di volgere la mia forza e attenzione verso la coscienza di me stessa e non verso ciò che dovevo dimostrare di essere. 
Aver perso l'equilibrio mi ha tolto fiato, restituendomi però aria da respirare. 
Il percorso di cura è diventato per me quindi una sorta di palestra, un modo per sperimentarmi per imparare a sentirmi, per sentire quando il fiato è corto, per incontrare e veder diventare debolezza e forza una grandissima risorsa. In quel microcosmo ho potuto distruggere e ricostruire, disimparare e imparare, per poi affacciarmi nell'unico mondo dove è giusto e bello che io stia, questo. 

Rosy

domenica 24 settembre 2017

Guarire è trasformarsi



Io non mi stancherò mai di dirlo, si può guarire! Ne ho sofferto per ben vent'anni, un’esistenza! Non importa quanti insuccessi collezioni, quanto tempo impieghi per uscirne, la malattia mi ha insegnato che ci sono delle fasi da attraversare:
  1) PRIMA FASE: ti riconosci con la malattia stessa, è come se questa ti "regalasse" una tua identità, paradossalmente te ne "compiaci", riempie la tua vita e i tuoi pensieri e ti da l'illusione di essere diversa.
  2) SECONDA FASE: è quella della disperazione e del tormento, vuoi uscirne, ti rendi conto di esserti arenata, stai male, ti senti inghiottita e non riesci a trovare la via d'uscita! La mente è incastrata in un sistema di pensieri a circuito chiuso che ti legano e ti ammanettano e ti lasciano stremata.
  3) TERZA FASE, la rassegnazione: nonostante i tuoi tentativi di uscirne, non ce la fai, la lotta è dura perché il tuo nemico ha il tuo stesso volto, ragiona coi tuoi stessi pensieri, non riesci ad essere lucida, sei stremata e stanca e ti senti sola.
  4) QUARTA FASE: se vinci la paura e ti fai aiutare, sei terribilmente spaventata di affrontare i tuoi mostri, fai resistenza alla terapia, "non ce la faccio", "butto la spugna" sono gli unici pensieri che ti martellano.
  5) QUINTA FASE: ti rendi conto che paradossalmente la malattia ti era "amica", era l'unico modo che avevi per affrontare il dolore.
  6) SESTA FASE: l'apatia, dopo aver affrontato i tuoi mostri, ascoltato la tua verità, non sai come ricominciare, ti senti nuda dopo esserti tolta quell'abito di dolore e vulnerabile, hai paura e ti senti inadatta, stai ferma, in attesa nemmeno tu sai di cosa, forse di una forza che non senti di avere per farti fare quel passo in avanti. Per anni mi sono sentita seduta su una valigia in stazione in attesa di un treno che non prendevo mai, mentre la vita mi scorreva d' avanti!
  7) SETTIMA FASE: il coraggio, inizi a muovere i primi passi incerti, rinunci ad un pensiero fisso che la malattia ti lascia come strascico: " voler essere a tutti i costi unica", questo ti permette di guardarti dentro, di vestire panni più leggeri, di non definirti in un modo e comportarsi sempre e solo in base a quello, ti restituisci libertà, anche se di preciso non sai ancora dove vuoi andare.
 
8) OTTAVA FASE: finalmente ti accogli, accetti di te i punti di forza e quelli deboli, smetti di avere il controllo su tutto, smetti di avere l'ansia di dover fare sempre la cosa giusta, vivi e accogli, ti permetti anche di sbagliare perché è umano, non permetti più a nessuno di oltrepassare quella zona che è tua, solo tua, selezioni e non accetti tutti per paura della solitudine. Accetti anche che una parte remota di te, torni a farsi sentire, ma tu sei più forte, riconosci i pensieri disfunzionali e li correggi, lasciando che l'ansia non ti incateni. Guarire non è cancellare ciò che è stato, è trasformarsi.
  9) NONA FASE: la nona fase non la so ancora, forse è semplicemente viversi ed amarsi, non rinunciare mai ad emozionarsi.
  Non importa quanti anni stai fermo perché ti manca la forza e il coraggio, non importa quante volte cadi, rinuncia al "tutto e subito", lasciati aiutare e lasciati tempo, quello necessario a te per comprendere, per ritrovarti, per aver la forza di agire!

  Guarire si può! ....ed è bello!!!.....
  Clara

mercoledì 20 settembre 2017

L'anoressia è UNA MALATTIA.



Una mattina come tante ti svegli e ti accorgi che niente ha più senso... ti sembra di aver perso tutto quello che avevi anche se hai ancora tutto... vedi tutto nero... nessuna sfumatura... tutto va come vorresti che non andasse.
Non aspettarti che qualcuno venga a salvarti, perché nessuno potrà farlo... è troppo tardi... nella tua testa la “voce” che consideravi la tua ancora di salvezza sta per trasformarsi nel peggiore dei tuoi incubi... Lei sarà la causa delle tue notti insonni, dei tuoi incubi, delle tue manie e delle tue ossessioni. Ti costringerà a fare cose che non avresti mai immaginato di fare e ti accompagnerà verso la tua FINE tanto attesa ...
Morirai per accontentarla, le obbedirai perché lei ogni volta che si manifesta ti promette che lei svanirà.. ma non succede, lei ci sarà SEMPRE... e sarà sempre più forte... la TUA debolezza è la SUA fame.
Questa “cosa” ti farà vivere nel suo mondo e sarà l'unica cosa su cui, dopo, potrai avere sostegno e appoggio, perché tu, del tuo mondo, non hai più nulla...
Tu, che chiedevi in po' di pace e un po' di felicità non hai niente di tutto ciò... perché mentre lo chiedevi sapevi già che non avresti ottenuto nulla e la tua tristezza ti si è rivoltata contro.
Ora sai solo disprezzarti e odiarti... ti guardi allo specchio e resti disgustata da ciò che vedi, non mangi nulla per non sentire il vuoto che hai dentro, pensi di fare la cosa giusta perché il mostro che ti divora la mente ti dice che è giusto così... tu sei destinata a soffrire, sei inutile, non vali nulla.
I giorni passano e tu ti rendi sempre più invisibile... le persone iniziano a notarlo. Ansia che si trasforma in felicità... iniziano a notarti... continui così... ti poni un limite. Quel limite non avrà una fine... 60, 55, 50, 45... Il controllo, la restrizione e i chili diventano la tua quotidianità.
I tuoi genitori sono preoccupati... non te ne importa nulla, ma le notti le passi sotto le coperte a piangere perché vorresti renderli fieri... pensi a come sarebbe la loro vita senza di te. Sicuramente migliore. Vuoi che tutto questo finisca... vuoi tornare indietro e pensare alla tua vita prima di tutto questo, quando sorridevi e ignoravi le prese in giro perché sapevi che eri circondata da persone che ti accettavano per quello che eri... ma forse non era abbastanza. Certo che non era abbastanza...
Vomiti tutti i tuoi sensi di colpa... Pensi di essere tu la causa di tutto ciò che é successo: la separazione dei tuoi genitori, le tue amicizie finite male, le prese in giro dal gruppetto più IN della zona.
TROPPI pensieri... non hai più il controllo su nulla. IMPAZZISCI, ma vuoi comunque fare qualcosa; TI PREOCCUPI, ma non te ne frega nulla...
E dopo tante visite, tra dottoresse e strizzacervelli ti ritrovi in un posto a te sconosciuto dove ci sono altre ragazze che ti assomigliano tanto... tu non te ne rendi conto ma SEI MALATA... te ne renderai conto quando sarai guarita... se questo non accade, allora non hai minimamente provato a guarire e non hai fatto nulla per te stessa ma lo hai fatto per accontentare gli altri. Tranquilla ci ricadrai e tornerai al punto di partenza, a quanto pare: “l'oblio è inevitabile”...
Ovviamente non sarà cosi per tutti, ed IO penso di essere la prova vivente che si può uscire da tutto questo.
Posso capire che non comprenderete a fondo ciò che sto per dire ma penso di saperne qualcosa in più di voi... L'anoressia é UNA MALATTIA. Certi penseranno che questo problema non ha nulla a che vedere con il cancro o qualsiasi altra malattia, ma avete mai pensato che le differenze non sono poi così enormi? Di ANORESSIA si muore, dopo un periodo di guarigione si può ricadere... Con il CANCRO è la stessa cosa ma quest'ultimo non ti divora la mente come fa l'anoressia. Quando questa si instaura nella tua testa non hai via di scampo... il cancro si può rimuovere e tutto torna come prima se si è fortunati, ma l'anoressia non se ne va MAI. Dici di stare bene, ma nella tua testa hai una voce che ti martella e non la smette di assillarti... certo, quando guarisci perde forza ma c'è... FA PARTE DI TE.
Ma ora che stai bene riesci a gestirla ma cosa ti fa pensare che non potrà succedere ancora?
Ora sai a cosa vai incontro ma è la tua testa che comanda... non darle il potere di dominarti.
Questo è quello che faccio da quando sono uscita dalla riabilitazione durata quasi quattro lunghi mesi. Ormai ho capito che ancora per un po' questa voce rimarrà con me, ma ora non ha nessun controllo su di me...
A volte penso come sarebbe se una mattina mi svegliassi senza il buon giorno di questa maledetta stronza ...Vorrei mangiare senza sentire nessun che abbia la forza di farmi sentire in colpa se mangio qualcosa di più; Vorrei avere gli occhi di un' altra persona per guardarmi allo specchio per vedere come sono veramente e non come mi fa apparire la mia mente... Per ora tutto ciò deve ancora succedere, anche se io non mollo e aspetto. “Ogni cosa ha il suo tempo”...
Ora sono più forte, e mi dispiace per te mia cara anoressia ma te la sei presa con la persona sbagliata.
Vorrei ringraziare tutte le persone che hanno creduto in me anche quando io volevo che scomparissero dalla faccia della terra: la mia migliore amica,i miei genitori e tutte quelle persone, comprese le ragazze della comunità, che mi hanno detto “sii forte” anche se sapevano che non lo ero...ma ce la stavo mettendo tutta.
La malattia anche se mi ha portato via più di un anno della mia adolescenza mi ha reso più forte e coraggiosa, e per questo la ringrazio.
Con oggi sono passati quattro anni dal mio ricovero e tutto quel dolore, ma anche gioia perché è una gran soddisfazione per me avere la forza di raccontarlo.
Volevo condividerlo con voi e con tutte le persone che pensano di sapere cosa sia l' anoressia, ma non ne hanno la minima idea.
Oggi è un grande giorno... e sono felice di avere persone attorno che mi amano e che mi accettano anche se ho qualche rotella fuori posto.
E volevo dire a tutto le ragazze e i ragazzi che hanno questo problema: “non sarà una lotta facile, ma credetemi, vale la pena vincere! Ognuno è bello a modo suo, non cambiate per nessuno e siate voi stessi e se qualcuno OSA dirvi qualcosa mandatelo a quel paese, certa gente non merita neanche che gli respiriate vicino,credetemi!!

Alice Michilin