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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

venerdì 18 agosto 2017

Allo specchio.



E TI DIRANNO CHE MAMMA AVEVA PAURA DEGLI SPECCHI…

Non ti raccontano nulla e non dicono chi sei.
Spesso freddi, poco empatici, discontinui, ambivalenti e parecchio incoerenti.
Uso lo specchio giusto il tempo necessario per sistemare il rimmel e mettere la molletta tra i capelli.


Ci si sente sempre troppo soli davanti allo specchio, proprio come davanti ai grandi dolori.
E’ come declinare il domani lì dentro.
E’ come sentirsi pieni quando si è vuoti.
E’ come sentirsi vuoti quando si è pieni.
E’ una misera cornice di spazio e tempo che lascia fuori troppe cose.
E’ gonfio di paure piene di imperfezioni che si ingigantiscono ad ogni sguardo storto.
E’ come se venisse a meno la vita su quella lastra che brilla di niente.
E non è pensabile rinunciare alla vita mentre si è ancora in vita.

Io mi devo un’altra possibilità e me la devo non davanti ad uno specchio.
So che capirai anche quando...
Ti diranno che mamma aveva paura degli specchi... ma tu saprai già il perché!

Totò, ho paura anche di salire sulla ruota panoramica ma in questo caso, non so spiegarti il perché.
A chi, seppur con paura, ha dovuto imparare a non guardarsi allo specchio.

Roberta

martedì 8 agosto 2017

ANGINOFOBIA: un disturbo alimentare atipico.



Intervista a Roberta M.

Puoi spiegarci, con parole tue, cos'è l'anginofobia?
L'anginofobia è la paura di soffocare ed è assimilabile al "nodo alla gola" che una persona sente quando sta per piangere, quando prova tanta ansia, oppure quando le si chiude lo stomaco o non ha fame perché è stressata.
In realtà, è un disturbo dell'alimentazione atipico, perché va a rovinare il rapporto che la persona ha con il cibo. E' una paura che deriva da un trauma passato (es. essersi soffocato, andare di traverso il cibo), subito in un periodo in cui la persona era particolarmente debole o vulnerabile (ha sofferto un lutto o attraversa un periodo di forte stress).

Come sei venuta a conoscenza di questa fobia?
Venirne a conoscenza è difficile: se una persona non arriva alla fase "climax" di questa fobia, in cui è fortemente depressa e allora cerca qualsiasi via d'uscita, o se non ha se questa forza di volontà nell'ammettere di avere un problema e di dover cercare aiuto, allora non potrà mai uscirne.
Io ne sono venuta a conoscenza perché mi sono documentata su internet. Ora ho 23 anni, ma ho cominciato a soffrire di anginofobia quando avevo circa 13-14 anni, ed ho provato a scrivere su internet solo quando avevo 19-20 anni, perché proprio non ce la facevo più.
Su internet ci sono veramente poche pagine dedicate a questa fobia, però fortunatamente ci sono. In più poi, ho scoperto anche un gruppo Facebook di auto-mutuo-aiuto ("Anginofobia"), in cui ho trovato altre persone che soffrivano del mio stesso problema.

Ci sono dei soggetti prevalentemente colpiti o maggiormente predisposti a soffrire di questa fobia?
A soffrirne sono prevalentemente i giovani ma, soprattutto, i bambini, anche a 7-8 anni. Infatti nel gruppo Facebook ci sono molte mamme che chiedono aiuto, perché il loro bambino non mangia più, perché ha questo problema. Magari il loro bambino ha avuto un trauma del genere e non metabolizza subito che sta associando al cibo una fobia, e poi questa cosa può andare ad evolversi con l'età, tutto dipende da quando si vive e si sperimenta il trauma.

Esistono delle cause prevalenti per cui questo disturbo si può manifestare?
La causa per cui questo disturbo si può manifestare, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, deriva dal fatto che in alcuni momenti della vita si attraversano fasi difficili. Nel mio caso si è trattato della perdita di mio zio: in quel periodo ero molto debole e nel momento in cui ho avuto un'esperienza negativa con il cibo, si è manifestata questa fobia. Questa fobia si sviluppa proprio nella persona che è triste, depressa, stressata e particolarmente debole. E, in realtà, porta la persona ad indebolirsi ancora di più, perché con il passare del tempo non mangerà più, tenderà a discriminare i cibi, a catalogarli nella sua mente, con cibi più fobici e meno fobici, e arriverà a mangiare solo zuppe o cibi molto facili da deglutire (passato di legumi, verdure) e cercherà di evitare carne, pasta, pesce. Io quando stavo proprio male sono arrivata a perdere 7-8 kg.

Che relazione c'è, secondo te, tra anginofobia e disturbi alimentari? In che modo l'uno può influenzare, ed eventualmente aggravare, l'altro?
La relazione tra anginofobia e disturbi alimentari sta proprio nel rapporto che si crea tra la persona e il cibo, perché un anginofobico evita quasi ogni tipo di cibo, tende a volersi difendere dal cibo, non mangiando più o mangiando solo cibi che per lui non portano al soffocamento. Questa fobia porta la mente a distorcere l'immagine del cibo, a vederlo come un nemico, come qualcosa che può portare addirittura alla morte.

Come si cura l'anginofobia?
L'anginofobia si cura con un percorso con uno psicologo e uno psichiatra. Lo psicologo riesce a capire il momento in cui tu sei stata vulnerabile e che ti ha portato ad essere debole, e quindi a far prevalere la fobia su di te. Lo psichiatra da' la giusta cura farmacologica, prescrivendo un farmaco ansiolitico e/o antidepressivo.
Quando si manifesta questa fobia, il soggetto non la riconosce subito, quindi si sente di chiedere aiuto solo quando raggiunge un livello troppo alto di ansia. Il farmaco serve, appunto, a ridurre l'ansia che provoca questa fobia, per fare in modo che la persona sia più lucida e cerchi di associare un pensiero più positivo al cibo.
Nel mio caso, il farmaco è stato capace di ridurre l'ansia che io provavo ogni volta che mi sedevo a tavola, a colazione, pranzo, cena, merenda, o quando vedevo il cibo, e a fare in modo che piano piano io riacquistassi fiducia nei confronti del cibo e ricominciassi a mangiare. E' stato come con la tachipirina: quando hai la febbre troppo alta, prendi la tachipirina per farla abbassare.
Io andavo anche da una nutrizionista, con cui ho creato una scala dei cibi per me fobici. Teneva sotto controllo sia cibo che corpo, controllando anche il mio peso e il mio livello di idratazione. Molto frequentemente mi faceva fare anche le analisi del sangue per capire cosa la mia alimentazione scorretta poteva avere danneggiato nel mio corpo (es. carenze di ferro, legate al fatto che non mangiavo più né carne né pesce).

E tu, come ne sei uscita? Come hai superato la tua fobia? Che cosa o chi ti è stato di aiuto per venirne fuori?
"Esserne usciti" è un parolone. Ho smesso di prendere il farmaco un anno fa, quando ho interrotto anche il percorso di cura che ho intrapreso, perché mi sono trasferita a Milano. Comunque il mio rapporto con il cibo era migliorato molto, avevo ripreso a mangiare tutto. In realtà, però, circa due settimane fa mi è ricomparsa questa fobia, perché sto attraversando un periodo di stress. Posso dire che se ne esce, però si può anche ricadere in questa fobia.
Nel centro in cui ero andata era a Messina (Il Cerchio D'Oro, che si occupa di DCA in generale, e che collabora con l'Associazione Korakané) ho fatto un percorso completamente gratuito. E' stato un bene trovare lì delle persone formate e competenti, anche se al sud c'è ancora tanta disinformazione su queste malattie. Lì ho avuto la possibilità di fare anche diverse lezioni di yoga, soprattutto per la respirazione, su cui riversa molto spesso l'ansia; infatti ogni volta che mi sedevo a mangiare avevo la tachicardia e facevo fatica a respirare. Inoltre, l'anginofobico molto spesso cerca di controllare la deglutizione e a volte, per focalizzarsi sulla deglutizione, si distrae dalla respirazione, facendo pochi sospiri o trattenendo addirittura il respiro. A me è capitato di provare a vomitare, perché pensavo di avere delle cose in gola, o ad alzarmi da tavola e non concludere il pasto.

Si può superare da soli?
Non si può superare da soli, perché nel momento in cui ne soffri non la riconosci, perché non sai veramente che un problema del genere può esistere. Quando io l'avevo da piccola, non ero consapevole di poter associare un nome a quelle sensazioni che stavo vivendo o a quel disturbo che mi portava a soffrire, inconsciamente. Se a quell'età avessi saputo che si chiamava anginofobia e mi fossi rivolta ad un medico riferendogli di soffrire di questo problema, sono sicura che ne sarei uscita prima e anche con meno danni. Quando l'ansia è tanta, non riesci proprio a controllarla e questa fobia ti porta a deprimerti molto, a fare tanti pensieri negativi sul tuo futuro (es. pensare che non potrai uscire con i tuoi amici o andare in vacanza con loro perché prima o poi si vedrebbe che tu non mangi o che mangi solo passati di verdure, oppure che non potrai avere figli, perché se non mangi, non li potrai portare in grembo). Di conseguenza, ti isoli e ti deprimi. Una volta entrati in quella fase, poterne uscire da soli è davvero difficile, perché solo il confronto con un medico potrà farti capire che cosa è irreale della tua fobia.

Ti ricordi un episodio particolare o un aneddoto, relativamente alla tua esperienza, che ti farebbe piacere raccontarci?
E' l'episodio in cui mi sono resa conto di aver raggiunto il limite di sopportazione di questa fobia. Stavo mangiando la pizza e ad un tratto ho sentito un pezzo incastrato in gola, ma in realtà non era così, sentivo di non respirare, avevo provato a vomitare, ero così spaventata che ho deciso di andare all'ospedale e di farmi vedere da un medico, alle 11 di sera. Il medico non trovò nulla e tornai a casa, anche un po' imbarazzata.
Per quanto questa malattia distrugga dentro, mi ha anche dato la possibilità di conoscere nuove persone e farmi capire che è difficile mettersi nei panni delle altre persone; l'ho visto con le persone a me care. Però è anche vero che questo a volte é meglio non farlo, cioè semplicemente accettare la realtà così come è, senza giudicare. Per esempio, magari io non capirò mai un'anoressica o una bulimica, però so che loro stanno soffrendo, quindi cerco di portare rispetto per quello che stanno passando senza fare paragoni.

venerdì 4 agosto 2017

Se mi guardi, mi condanno.


Avvolgermi su me stessa, rannicchiarmi stringendo al mio petto le ginocchia sembrava davvero l’unico gesto d’affetto, l’unico contatto che potessi volere da me. Mi proteggevo e contemporaneamente mi facevo ancora più piccola di quanto già non fossi, diventando un cumulo di vestiti dal quale davvero sembrava difficile distinguermi. Stanca, triste ma pur sempre al sicuro. Solo quando in solitudine diventavo un gomitolo di stoffa, mi potevo ritenere davvero fuori pericolo da quegli sguardi non solo indiscreti ma direi addirittura letali.

Avevo sempre l’impressione che il mio corpo fosse sotto esame, che gli altri lo scrutassero attentamente e che con il loro sguardo mi dicessero che cosa non andasse. E invece ero io a leggere a modo mio i loro sguardi e non loro il mio corpo come io credevo. Non appena avevo l’impressione che i loro occhi si spostavano dal mio viso alle mie gambe, diventavo un blocco di ghiaccio. Il giudizio sulla mia persona passava nella mia testa prima dalle mie gambe, una delle parti del mio corpo che difficilmente accettavo. Leggevo perplessità, dettata secondo le mie convinzioni da gambe brutte e grosse, da fianchi larghi e troppo sporgenti. Tutto strabordava, eccedeva. Come il mio corpo era sproporzionato e vittima del troppo, anche io mi sentivo fuori da ogni argine e di troppo. Preferivo rimanere defilata e non essere di disturbo, in certe circostanze amavo rimanere in secondo piano e inosservata, un modo efficace per far sì che i miei difetti, incongruenze, causa di vergogna e umiliazione, non venissero notati se non da me. Temevo tanto gli sguardi degli altri, quando in realtà il più pericoloso era il mio, che si faceva portavoce distorto e falso di quelli altrui. Esporre la mia figura apertamente per troppo tempo sarebbe stato decisamente compromettente, quindi quando mi trovavo in compagnia ogni sedia diventava la mia compagna fidata. Quando camminavo curvavo il mio corpo, quanto bastava per cercare di nascondermi e impiegavo qualche secondo dalla sedia al bagno, per timore di dare il tempo necessario agli altri di notarmi, di poter scorgere qualche mio difetto fisico. Quindi, la solitudine in tanti momenti era l’unico modo per evitarmi ogni volta l’estenuante confronto sempre con la stessa persona, quella che dalla sedia si alzava per andare in bagno. Reduce di tutti quei messaggi di ideale di forma fisica perfetta, che avevo ereditato dalla Rosy adolescente e che si erano ben amalgamati con il mondo dissonante che mi portavo dentro, quello che stava rendendo ogni sguardo una condanna. 

Gli occhi, meravigliosi e maledetti occhi. Avrei voluto riconoscere conforto, comprensione, consenso, piuttosto che un messaggio di mortificante inadeguatezza. Un messaggio che però mi auto indirizzavo, convinta di saper leggere perfettamente il linguaggio degli altri per poi scoprire di essere completamente analfabeta. Punteggiatura, lessico, tutto doveva essere ‘reinventato’ secondo il codice dell’amor proprio. Lasciare andare ciò che avevo ‘imparato’ anche da me su di me, era un passo necessario per fare posto a quel vero CONFORTO che un paio di occhi riescono a infondere.

Rosy

lunedì 31 luglio 2017

Prendersi per mano.


Quando nel 2014 fu indetto il concorso letterario "Mi nutro di parole" dall'associazione Mi Nutro di Vita, ne rimanemmo piacevolmente colpiti.
Scrivere può essere un vero e proprio strumento terapeutico.
Per questo motivo, invitammo alcuni nostri pazienti a partecipare al concorso letterario e, aver letto successivamente il loro racconto tra le pagine del libro, fu per noi una grande gioia e un motivo di orgoglio. 
Di questo prezioso volume acquistammo subito 2 copie: una per noi ed una da prestare ai pazienti. Infatti, accade spesso che le persone con un disturbo alimentare vivano una condizione di "ambivalenza". Attraverso l'ambivalenza, da un lato desidererebbero un cambiamento, vorrebbero curarsi e liberarsi dal dolore provocato dalla propria malattia.
Dall'altro lato, invece, nutrono una grande paura del cambiamento, presentano un forte attaccamento alla malattia e una forte identificazione con essa che, nel tempo, diventa una vera e propria modalità di funzionamento.

Come fare, dunque, per aiutare queste persone a superare la loro ambivalenza?
Le difficoltà iniziali più importanti dei pazienti con ambivalenza sono:
- negare la malattia;
- sentirsi soli e incompresi;
- non credere in se stessi, nelle cure proposte e magari credere di potercela fare da soli senza alcuna terapia.

Per aiutare i pazienti a superare queste difficoltà iniziali ci sono diverse strategie. Solitamente si propone la lettura di un libro che ha lo scopo, appunto, di "agganciare" il paziente in terapia.
Uno dei libri più utili, e che personalmente utilizziamo quasi sempre è proprio "Mi nutro di parole".
È un libro suddiviso in varie lettere scritte da diversi pazienti, genitori e anche terapeuti, dove si intrecciano emozioni, lacrime, paura, dolore, speranza, guarigione e vita.
È un libro che dona la possibilità al paziente di sentirsi meno solo, di leggere altre storie simili alla sua, di dare un nome ai sintomi del suo problema e di ritrovare un briciolo di fiducia nel fatto che è possibile affrontare e guarire da queste malattie.
Il libro va prestato al paziente per un lasso di tempo stabilito (in genere una settimana) e successivamente va commentato insieme in terapia attraverso le frasi che la persona ha sottolineato oppure attraverso i post-it che ha applicato sulle pagine che ha ritenuto più interessanti o vicine alla sua storia.
Oltre al libro, un'altra strategia efficace per agganciare i pazienti ambivalenti è "parlare il loro linguaggio e provare ad entrare nel loro mondo".
Con un esempio, oltre alla lettura del libro, siamo riusciti ad agganciare una ragazza di appena 17 anni affetta da una grave forma di disturbo alimentare, parlando del suo cantautore preferito: Tiziano Ferro. Abbiamo ascoltato insieme una sua canzone dal Titolo "Mai nata" che tratta proprio il tema dei disturbi alimentari.
In questo modo, la paziente ci ha sentito vicini, suoi complici.
Si è fidata e si è sentita accolta, compresa, accettata innanzitutto come persona, prima che come paziente affetta da un problema.

Questi semplici esempi possono trasmetterci che l'unico modo che abbiamo per avvicinarci ad un paziente ambivalente e resistente alle cure è provare ad entrare, in maniera metodica ma con sensibilità e delicatezza, nel suo personalissimo mondo.
Non è facile ma è sicuramente possibile.

Dott. Mario Russo
Dott. Viviana Valtucci



domenica 30 luglio 2017

Guarire.


Hai paura di tornare indietro? 
La paura c’è sempre, c’è in tutti noi, ogni giorno. Con la paura, però, bisogna convivere. Non possiamo pretendere di non avere paura del passato o del futuro. Il passato ci segna e il futuro ci segnerà; non è detto però che questi segni non ci abbiano fatto e non ci faranno maturare. Io ringrazio “la vocina”, la ringrazio ogni istante, perché mi ha fatto prendere coscienza di quello che sono, di quello che siamo. A volte, la rimpiango. La rimpiango perché non ha più quella forza che aveva, non ha più quel grande potere su di me. Rimpiango il fatto che certi commenti e certe parole, non mi feriscano più come una volta, quasi non mi tocchino; rimpiango le crisi, i momenti di totale cecità, perché superarle era frutto di crescita. 
Rimpiango il mio corpo emaciato, e si, me ne vergogno. Contemporaneamente, mi sento in colpa, perché non sono stata abbastanza malata, mi sono fatta sconfiggere. Si, la mia parte negativa si è lasciata abbattere. Ma questo pensiero finisce qui. Infatti, ringrazio la capacità di restringere i miei pensieri in un anello circoscritto, di controllarli e raggirarli. A volte penso di tornare indietro, a volte penso che si stesse meglio prima, ma mi rendo conto che era un’utopia, quasi un’illusione, un sogno ad occhi aperti, un brutto sogno. 
Rimpiango il controllo, ma so che questa è una fase e che questo peso è momentaneo. 
Rimpiango il senso di onnipotenza, ma sulla terra di onnipotente non c’è nessuno. E non c’è nessuno che non sia influenzato dal suo passato. Pensavo che non si guarisse mai totalmente, forse, lo penso tutt’ora. Forse dobbiamo decidere noi, quando e se guarire, magari invece, quando succede, neanche ce ne rendiamo conto. Certo, la guarigione è un percorso lungo e duro, sicuramente a volte sembra irraggiungibile, ma io credo, fondamentalmente che invece di pensare a guarire, dovremmo pensare a vivere: il resto, il meraviglioso resto, viene da sé.

Anna Miglietta

venerdì 28 luglio 2017

Ciao Marco.



Ti eri dato così, gratuitamente, non conoscevi i D.C.A. e le tue figlie fortunatamente non li avevano mai incrociati. Ma eri una persona di alta sensibilità e, conosciuta la mia storia, avevi voluto donare la tua professionalità ad una piccola associazione agli albori. Il destino ha voluto che una feroce malattia ti impedisse di cibarti, ed allora ti trovasti al fianco di quei ragazzi che, come te, avevano bisogno di quella sacca per sopravvivere. Lì, più forti erano le tue domande per me, che cercavo di darti spiegazioni di cui neanch'io avevo certezze.

Ciao Marco, silenzioso e generoso "fiocchetto lilla".

Forse nella tua riservatezza non avresti voluto tutta questa visibilità, io ho voluto semplicemente far sapere a tutti i nostri soci e amici che Mi Nutro di Vita esiste anche perché ci sei stato tu.

Stefano Tavilla

giovedì 27 luglio 2017

Sono tornata a vivere.


Non è sempre facile. Anzi, non è per niente facile, ma bisogna tenere i denti stretti e andare avanti. 

L'altro giorno dalla dottoressa una signora anziana ha detto "da giovane ero magra, portavo una 44". Wow. Wow iniziò a pensare la ragazza che le era difianco, ~anche io portavo una 44 ma non è mai stata una TG magra, ma curvosa. E sai cosa? Per me ora è difficile portarla. A dire la verità non ci voglio più arrivare, ma so che con il tempo anche quello arriverà e, volere o non volere bisogna accettarlo. ~ Lei era una di quelle tante ragazze felici, sempre con il sorriso. Una di quelle che se né fregava di come girava il mondo attorno a sé. Lei voleva sempre uscire, divertirsi e fare cazzate, ma anche per lei quel giorno era arrivato. Stava diventando troppo perfetta, troppo seria, paura di uscire con gli amici o andare a casa di qualcuno. I suoi genitori si erano accorti che qualcosa non andava. Iniziarono ad indagare, tutto in casa stava diventando troppo strano. Dov'era finita quella ragazzina scherzosa, quella che  non smetteva mai di parlare? Dov'era? Bah neppure lei sapeva che fine aveva fatto, ma sapeva solo che lei non poteva più specchiarsi perché stava diventando un mostro e mai bella sarebbe stata ai suoi occhi. Ormai stava diventando impossibile viverci. Urlava per ogni minima cosa che le si diceva, piangeva in camera nel suo angolino senza dire nulla a nessuno, iniziava a tirarsi i pugni in pancia, dopo "mangiato" correva in camera metteva la tv a tutto volume e iniziava a fare tutto quello che l'avrebbe portata a eliminare le CAL del cibo assunto. Basta, così non si poteva andare avanti. Pure i professori intervenirono chiamando i genitori. Ma purtroppo la risposta era "non sappiamo più cosa fare, è seguita da dietista e psicologo, andiamo 3 giorni a settimana per farle fare anche i pasti seguiti, ma non sappiamo più dove mettere le mani, noi stiamo morendo". Veramente loro, anzi, la famiglia stava morendo. E per chi? Per cosa? Per lei? Eee si...; lei stava facendo morire tutti. Pure gli amici, più che dirle "sei magra" non potevano fare altro, anche perché non sai mai come poteva reagire. 

Ormai era arrivata a non ragionare più. Dopo tanta attività fisica, i sorrisi falsi fatti davanti agli altri per dire "va tutto bene", quei pianti versati di nascosto nella sua cameretta, la vita perfetta che si stava facendo, anche se sapeva che la "perfezione" non esisteva e dopo tutto quello che la malattia le stava imponendo ha detto BASTA È ORA DI FINIRLA. Così chiese ai suoi e ai dottori, che da tempo la stavano seguendo, di aver bisogno di rinforzi ancora più alti di quelli che aveva e ormai già da tempo pensato dai suoi cari, chiamarono un ricovero. Entrò nella casa del ricovero il 24/10/2016, dove iniziò il suo percorso di guarigione per 5 mesi e tra mille pianti per la voglia di tornare a casa ecc...il 27/03/2017 quando le dissero che poteva tornare a casa, iniziò a gioire. 

Ora lei ha trovato la libertà, la vita, ha capito quanto è brutta questa malattia e non è un capriccio o un vizio, ma è una forma di non accettarsi per come si è, e molte volte fa uscire il punto debole che per tanto tempo ha tenuto nascosto dentro. Questa ragazza sono io, una ragazza che ora sta bene, non mento se dico che a volte qualche crisi c'è, ma la voglia di vivere è ancora di più e così a denti stretti ci si rialza e si va sempre più avanti. Fanculo alla malattia e quelle persone che dicono che il "bello è il magro", perché ognuno è bello a modo proprio. Io ora sono tornata a fare tutto, ho potuto ritornare a studiare dopo le dimissioni completando la maturità con i miei compagni/amici, sono tornata a ballare, ma soprattutto sono tornata a VIVERE!!

Francesca Antoni

Quel muro, adesso affrontalo.



Guarire dai D.C.A. è un percorso duro, durissimo perché devi mettere in discussione moltissime cose di te, devi stravolgere abitudini, rieducare il tuo pensiero, riconoscere e accogliere di te le parti belle e quelle che rifiuti, devi ridimensionare ansie e paure e sperimentare decidendo di affrontare qualunque conseguenza di quell' "Effetto Sorpresa" che tanto invece ti spaventa e non puoi controllare, accettare la Verità per quella che è, e sicuramente è molto di più di quello che ho finora scritto, ma molte cose le sto metabolizzando poco alla volta.

Pensavo che guarire avrebbe migliorato il mio stile di vita (e questo è vero!), mi avrebbe restituito un mondo migliore, molti dei problemi che vivevo si sarebbero risolti o cancellati. Non è del tutto vero!

La malattia e il suo sintomo sono una risposta sbagliata con cui affronti un ben determinato problema, "un muro" che troviamo nel nostro cammino di relazioni sbagliate o malate, di sentimenti nascosti, di emozioni bloccate... Decidi senza rendertene conto che per affrontare quel muro devi cambiare te stessa, se migliori e diventi perfetta il problema (spesso un vuoto affettivo) sarà risolto, chi ami ti amerà, chi ti deride ti stimerà, creerai una barriera impenetrabile per cui il male starà lontano da te e nessuno potrà mai metterti in discussione col mondo...
Spesso diventare una farfalla è un nostro sogno simbolico per alleggerirci dal dramma delle nostre emozioni, rappresenta una nuova rinascita da una te che non ami ad un essere meraviglioso, ma significa anche volare oltre il problema in cieli sereni e in spazi sconfinati! Oggi riconosco che è un sogno simbolico sbagliato per me!

La malattia è un grande occhiale, come quello che danno nei cinema per vedere il film in tridimensionale, vedi l'oggetto lontano come se fosse molto vicino e minaccioso, la malattia serve per nasconderti, osservare, tentare di cambiare (il famoso bozzolo di farfalla in cui ci rintaniamo speranzose). In questo bozzolo sposti il tuo punto di vista, vivi in introspezione e non lo guardi più in faccia il tuo problema e non lo affronti realmente! Perché non serve a nulla modellare se stesse per oltrepassare "il muro"! Così comprendo che guarire è stato "togliere il sintomo", "ridimensionare la realtà", "accettare verità scomode", "rendermi consapevole", ma non ha "abbattuto quel muro", anzi, mi ci ha rimesso di fronte e mi ha detto "Adesso affrontalo!".

Ecco la vera battaglia inizia ora, ringrazio Silvia P. che mi ha aiutato ad arrivarci di fronte a quel muro, alleggerita dai Mostri…io, finalmente io, anche se non sono una farfalla!
Sono una donna che ha molto sperato e anche sofferto, caparbia nel modo sbagliato, ed ora eccomi qui, con tutte le mie parti con tutta la mia storia e non ho più paura!

Basta un solo giorno tra tanti per chiedere seriamente aiuto!
Basta un solo giorno per decidere di vincere sulle proprie resistenze e accendere la speranza di riuscire a liberarsi dal tormento.
E poi un susseguirsi di giorni dove si sperimenta, si vince, si cade, si ha paura, ci si rialza, si inciampa nuovamente e poi ci si ferma..giorni in cui ti sembra di non fare nulla, ma sei così accecata dall'obbiettivo che vuoi raggiungere, da non renderti conto del percorso che hai fatto! Giorni in cui riprendi a camminare e poi i passi diventano meno incerti e più veloci...e qualche volta si cade ma ci si rialza perché seppur non sai ancora bene chi sei, sai cosa non vuoi più essere! Basta un solo giorno tra tanti, fra tutti quelli che seguiranno, basta quel giorno per rinascere!

Un abbraccio a tutti quelli che a vario titolo lottano o danno anima e cuore per aiutare anime ferite. Un abbraccio a tutte coloro che ce l'hanno fatta e questa vittoria la condividono con chi sta soffrendo per mandare un messaggio di speranza, per accendere in loro la fiammella!

Clara

lunedì 24 luglio 2017

Una nuova vita.



Buonasera, sono una ragazza di vent'anni. Ho sofferto per 5 anni di anoressia nervosa. Ieri è stato un anno dalla dimissione del mio ultimo ricovero: sto bene e ho completamente ripreso in mano la mia vita. Ieri ho scritto un piccolo pensiero, che ci terrei a mandarvi, nel caso in cui voleste pubblicarlo... Mi piacerebbe poter aiutare qualcuno anche con delle semplici parole. A me avrebbe fatto riflettere, perciò spero possa essere utile a qualcuno. Grazie mille in ogni caso e grazie per ciò che fate col cuore :)

Sono così giovane. Ho solo 20 anni e ho già in mano una vittoria più grande di me. Una vittoria che, in realtà, a volte considero un dono. Una vittoria che mi ha dato la possibilità di nascere una seconda volta. Ho passato cinque anni di inferno: quello che in casa mia chiamiamo il "verme" si era impossessato di me. La mia testa era piena di pensieri non miei, che mi hanno portata a costruirmi una prigione. Basta cibo, niente amici, solo studio e bruciare bruciare bruciare. Ero destinata a svanire nel nulla. Non mi interessava se stavo male, se ero svenuta in metropolitana, se il mio cuore si stava fermando. Quante volte mi sono sentita dire che bastava volerne uscire, che dovevo impegnarmi, che ero io che mi crogiolavo in quello stare male. Sì, ammetto che era una gabbia dorata, in cui mi sentivo protetta e perfettamente in controllo, ma, a distanza di tempo, non credo sia solo quella la questione. Stavo male e sapevo di volere stare meglio, ma semplicemente non sapevo minimamente come fare ed ero invasa dalla paura. Invece, dopo aver girato cinque e più ospedali e visto medici su medici, mi sono detta: "Sono stanca di tutto. È da cinque anni che non sto vivendo. Il tempo perso non torna. Devo salvarmi finché posso". Con questa motivazione ho affrontato il mio ultimo percorso e esattamente un anno fa, dopo mesi e mesi, venivo dimessa dall'ultima struttura specializzata in cui sono stata. Ero piena di paure, ma sentivo che questa era la volta giusta, perché avevo assaporato il gusto e della vita e non volevo più lasciarlo andare. Ora le paure sono svanite: mi sono rimessa in gioco totalmente, ho iniziato una nuova vita e ho capito che ciò che voglio è VIVERE. Se sono arrivata fino a qui devo, però, ringraziare la mia famiglia e le tante persone che mi sono state vicine, sempre convinte che la vera me sarebbe tornata. Oggi, mi rivolgo a tutte le persone che stanno affrontando questo mostro: continuate a combattere e vincete, perché ne vale la pena. Il premio sarà la vita, lì che vi aspetta, e vi posso assicurare che è davvero fantastica in ogni sua sfumatura!

C.B.

domenica 23 luglio 2017

Non è un capriccio.



NON È UN CAPRICCIO...È UNA MALATTIA...
NON ME LA SONO CERCATA...MI SONO AMMALATA.

Ho amato il mio disturbo alimentare come non ho amato mai. Nonostante tutto non riesco ancora a leggere a voce alta il suo nome. Ne ho ancora paura. Forse perché mi ha tradita. Invece di amarmi, lui mi ha annullata. Non mangiavo più, nel contempo lui si nutriva di continuo dei miei pensieri, delle mie relazioni, del trascorrere lento delle mie giornate.
Una sorta di voce costante e assillante. Una "cattiva madre" che mi diceva quel che potevo o non potevo fare. E se potevo mi diceva "come", ed io eseguivo tutto alla perfezione. Nessuno sgarro. Massimo controllo. Se avevo più paura di morire o di mangiare???? Per quanto possa sembrare assurdo...avevo più paura di mangiare. La morte non mi ha mai spaventata.
Ricordo ancora le corse. In ogni dove. Poco importava la pioggia...il vento...il sole...dovevo  bruciare...consumare...
annullare calorie, a costo di soffocare quella corsa dentro un ultimo respiro.
Quante volte mi hanno detto...è questione di volontà... Te la sei cercata...lo potevi evitare... Sei tu che non ne vuoi uscire... Basta ora arrangiati.
Poi sono letteralmente crollata. Appesa tra arresa e ripresa. All'improvviso è arrivata lei, una dottoressa senza camicie, perché poco importa il titolo...qui occorre amore...occorre ascolto. Lei ha capito ed ho capito anche io...le ho affidato il mio dolore. Ora è al sicuro...seduto...tranquillo.
Questa è una malattia, non è questione di volontà il volerne uscire o meno, e chi ne soffre non se l'è cercata. Non è neppure un capriccio. Qui il cibo non c'entra.
Qui abita il dolore...qui il prezzo della libertà è prigione. Qui il silenzio è un grido acuto d'aiuto.
Qui occorre aggrapparsi alla vita degli altri prima che sia troppo tardi...prima che la tutto scivoli e venga divorato da quel disturbo...che se ho tanto amato, ora a distanza di tempo provo per lui solo molta pena.
La strada è ancora lunga ma oggi sono viva.
A tutti coloro che camminano indossando le mie scarpe dico...PARLATENE...CALCIATE...
TIRATE PUGNI MA AFFERATE LE MANI DI CHI VI OFFRE AIUTO. Non guardate lo specchio, guardate gli occhi di chi vi ama...lì la vostra immagine non si deforma...lì nulla fa paura.

A mio figlio.
R.B.

giovedì 20 luglio 2017

Sei più forte tu.


“Quante volte avrei voluto tornare, con l’aiuto di un genio o della tecnologia,nel passato e rimediare ai miei errori!”
(10 anni)
“Caro diario […] la mia bruttezza, poi, è un altro problema: sono presa in giro come pochi.”
(12 anni)
“Caro diario […] mi stavo chiedendo se è così che voglio trascorrere la mia vita, passando la sera a sprecare il mio tempo, senza cercare alcunché di nuovo all’esterno o una soddisfazione in più, qualcosa al di fuori degli schemi . […] Ad esempio, io sto seguendo un’ambizione maturata in 4^ elementare, quella di diventare professoressa, ma non è un gesto di pigrizia e vigliaccheria, una paura di cercare qualcosa di diverso da ciò che ho sempre desiderato, possibile non avere altri desideri? Invecchierò così?”
(14 anni)
“Non posso più scappare da me stessa; posso addormentarmi con la TV accesa per non sentire i miei pensieri, posso evitare i miei per cercare di mangiare qualcosa. Ma non posso sfuggire alla mia coscienza, all’inquietudine che c’è in fondo a me. E non serve che sia buio per sentirsi come il marinaio del Kursk, alla ricerca di una vita che non riesco a vedere e che non mi appartiene. […] non posso trascorrere la vita ad evitare le emozioni perché non so dominarle, non posso vivere nella più completa apatia, perché ha ragione Brignano: la morte colpisce chi è già vivo, quindi chi rinuncia alle emozioni non deve temere la morte. Spero che in qualche modo io riesca a crescere in armonia con me stessa e i miei desideri.”
(16 anni)
Buongiorno MiniMe, e buon compleanno.
Già, sei riuscita a raddoppiare quei 16 anni. Ma diciamocelo, non hai mai veramente pensato di arrivare a 17 anni. Il problema, che ti atterriva, era come ci saresti arrivata, e così ai 20, 25, 30, etc. Ci sei arrivata, questo te lo garantisco perché sono la vecchia te. Te lo dimostrano le pagine dei diari che ho tenuto, ma lo sapevi già che non mi sarei mai liberata di quei diari.
Comincerei col dirti che seguire il sogno di diventare prof non è un geto di vigliaccheria, anzi. E’ tenacia, è costanza, è destino. E un sogno, già solo quello merita lo sforzo di inseguirlo. Certo, non tutti i tuoi sogni belli si realizzeranno (e ti tengo la suspense pure su quello di diventare prof), ma la strada che percorrerai per arrivarci ne varrà sempre la pena. Sempre.
Poi, per rispondere agli errori da cancellare a 10 anni e alla bruttezza che ti perseguitava a 12: il mondo è pieno di stronzi. No, sul serio. E generalmente, nessuno di questi stronzi fa sfilate di moda o concorsi di quoziente intellettivo. Tuttavia, si sente in diritto di umiliare i suoi coetanei senza tregua. Ti svelo un segreto: il problema è loro, non tuo. E per fortuna non esisteva internet, ai tuoi tempi, perché adesso la situazione è molto, molto peggiore.
E arriviamo ai 16 anni. Da un lato, fa male vedere quella data, ottobre. Perché nella tua personalissima mitologia, quando la racconterai (raramente, te lo concedo), lo spartiacque tra “malattia” e “guarigione” sarà sempre giugno. Stai già guarendo da 4 mesi e ancora ti senti dentro al Kursk. Giusto perché vogliamo essere precise, soffri di anoressia. E in realtà, il fatto che tu scriva il diario è un buonissimo segno. Almeno stai lasciando uscire una parte dei fantasmi che abitano nella tua testa. Quei fantasmi ci sono, ci sono voci  e ci sono mostri. Ma ti do un altro scoop: sei più forte tu. Quindi, invece di rintanarti sotto le coperte per paura del mostro sotto il letto (o dei soldati di Golden Axe che sorgono dal pavimento), eschi, accendi la luce e guardalo in faccia, quel mostro. Sei più forte tu. Abbi fiducia in te stessa, nella tua resilienza, nella tua infinita capacità di amare e di lottare per tutto ciò a cui tieni. Comincia amando te stessa, pregi e difetti. Inclusa quell’ansia di perdere tempo. Perdilo, sto tempo. Annoiati. Anche quello servirà.
Non voglio toglierti la sorpresa di quello che ti accadrà, ma sappi che emergerai da quel fondale in cui sei precipitata. Ci saranno giorni belli, giorni ok e giorni brutti. Ci saranno viaggi, amici, amori. Ci saranno lacrime, sorrisi, abbracci, ferite, risate. Ci sarà vita. Non fuggirai dalle emozioni, le vivrai tutte. E ogni volta che soffrirai, resterà il ricordo della te di 16 anni che non voleva arrivare a 17 così. E saprai che anche il dolore è pur sempre un’emozione, e non vorrai far cambio per niente al mondo.
Vorrei poter tornare indietro nel tempo a darti quell’abbraccio che ti manca come l’aria, ma – questo te lo posso svelare – non hanno ancora inventato la macchina del tempo. Quindi mi limiterò a cercare di raggiungere, in un  abbraccio virtuale, chi come te allora si sente in fondo al mare.
Buon compleanno, MiniMe. Buona vita, perché vita sarà. Altri 16 di questi anni, non vedo l’ora di percorrerli insieme a te.
(32 anni)
Luna