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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

lunedì 26 giugno 2017

To the Bone: nell'attesa...





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‘To the Bone’ non avrà la sua première su Netflix prima del 14 luglio, ma la piattaforma streaming sta già ricevendo aspre critiche da persone che sostengono che il racconto del disturbo alimentare della giovane ragazza sia provocatorio e potenzialmente dannoso
Basta guardare l’hashtag #TotheBone su Twitter ed è facile vedere come coloro che hanno sofferto di disturbi alimentari sono estremamente preoccupati del fatto che il film mostri una condizione complessa come l’anoressia, che spesso viene rappresentata dai media in maniera del tutto inaccurata. 
Il trailer di 2 minuti si focalizza su Ellen, impersonata dall’attrice Lily Collins, che conta le calorie e diventa sempre più fragile, fino ad un punto di svolta presumibilmente trionfante. La magrezza estrema di Ellen è oggetto di molte critiche, dato che si teme che il film romanticizzi quello che può essere un disturbo mortale. La National Eating Disorders Association (NEDA) raccomanda di non mettere in mostra la “magrezza pericolosa” per l’impatto che l’immagine può avere su persone che stanno soffrendo o guarendo da un disturbo alimentare.“Le immagini, per chi è a rischio o ancora in lotta, possono essere un’esperienza davvero viscerale, può scatenare tantissimi pensieri distorti”, sostiene Claire Mysko (Amministatore Delegato della NEDA). Il trailer mostra immagini di una Collins estremamente magra, nonostante le linee guida dei media suggeriscano che non vengano mostrati in scena “immagini grafiche o descrizioni di corpi”. Nelle sue linee guida, la NEDA sostiene: “La ricerca ha dimostrato che mettere in mostra la magrezza estrema può provocare una ‘corsa al baratro’ per perdere ancora più peso tra coloro che soffrono. Cioè, 'lei è più magra di me ed è ancora viva. Devo perdere ancora più peso'.” E il trailer è stato visto da più di 1 milione di spettatori in meno di una settimana…
Marti Noxton, il regista, ha risposto così alla pioggia di critiche: “Spero che questo film aiuti le persone a parlare di un disturbo che troppo spesso viene ignorato”. A questa affermazione, ha fatto seguito un post in cui riconosce la sua esperienza con l’anoressia e la bulimia, e sottolinea l’importanza della responsabilità nel mettere in mostra cosa significa avere un disturbo alimentare.“Il mio intento con questo film non è di rendere ‘glamour’ i disturbi alimentari, ma che sia uno spunto di discussione su una questione troppo spesso velata da segretezza ed errate concezioni”, ha scritto.  
La ricaduta iniziale del trailer probabilmente è famigliare a Netflix. Quando la piattaforma streaming ha lanciato la serie ’13 motivi per’ a marzo, esperti della salute mentale e sopravvissuti al suicidio sostenevano che la messa in mostra del suicidio nello show poteva influenzare negativamente i giovani e gli spettatori impressionabili. I ricercatori hanno dimostrato, infatti, che report e drammatizzazioni del suicidio possono essere legate ad una temporaneo picco nel tasso di suicidi. ‘To the Bone condivide’ con questa serie anche un’altra somiglianza: entrambi i progetti sono stati realizzati nella speranza di raccontare una storia importante trattando un’esperienza comune ma fortemente stigmatizzata. Noxon ha basato il film sulla sua esperienza e anche la Collins ha raccontato della sua precedente battaglia con il disturbo alimentare; per calarsi nel ruolo ha visitato un gruppo anonimo sull’Anoressia e incontrato il capo della Clinica per i DCA di Los Angeles.Per calarsi nella parte, Collins stessa era decisamente nervosa e preoccupata che il soggetto in questione potesse provocare alcune abitudini malate, soprattutto considerando il fatto che aveva perso peso per la parte. “Era qualcosa che consideravo rischio, perché c’è un confine sottile tra affrontare e superare un disturbo alimentare e ricaderci”, ha raccontato in un’intervista. “Ma sapevo che questa volta, sarei stata ritenuta responsabile di questo.” L’attrice ha lavorato con un nutrizionista, che le ha dato un programma alimentare e degli integratori. Mentre perdeva peso, era importante che le cose non scivolassero via. “Non ho fatto una dieta ferrea, ho mangiato sano, niente salse né olio, era mangiare molto salutare ma non dieta ferrea. Quello non avrebbe fatto bene al mio corpo e io volevo trattarlo tanto accuratamente quando in modo salutare possibile.”
‘To the Bone’ è stato realizzato in partenariato con ProjectHeal, un’organizzazione che raccoglie fondi per aiutare le persone ad avere accesso alle cure. Noxon ha raccontato di aver parlato con alcuni sopravvissuti per informarli del film e di aver lavorato con Project Heal nel corso di tutta la produzione “nella speranza di essere veritiera in un modo che non fosse offensivo.” Mentre Mysko vorrebbe che ci fossero meno scene che mostrano la magrezza estrema, spera che il film possa condividere una storia importante di malattia e guarigione senza glorificare i DCA o cancellare la diversità delle esperienze personali.
Andrea LaMarre‏, una dottoranda al Dipartimento di Family Relations and Applied Nutrition alla University of Guelph in Ontario, Canada, che ha lei stessa parlato del suo disturbo alimentare, dice che la reazione al trailer riflette una più ampia frustrazione per come queste storie vengono raccontate e per le esperienze che mettono in scena. "E’ rappresentativo di una tensione esistente in campo e questo [trailer] l’ha cristallizzata," lei dice. 

Mysko spera che Netflix manderà in onda il film con le informazioni di contatto di assistenza telefonica adeguata. E’ cautamente ottimista considerato che, prima della distribuzione del film, NEDA aveva realizzato in partenariato con gli attori un annuncio pubblico sui miti comuni che riguardano i disturbi alimentari. “Spero che ci sia l’impegno non solo a creare consapevolezza, ma anche a mettere le persone a contatto con le risorse”, dice.
Mentre il gigante dello streaming continua a correre rischi con programmi che trattano questioni fortemente stigmatizzate, ancora non ha imparato come rispondere alle manifestazioni di feedback da parte delle comunità molto compatte di pazienti, sopravvissuti, e sostenitori, che mostrano forti reazioni rispetto alle esperienze che mette in scena e ai film che mostra. Non si è ancora nemmeno reso di conto di come anticipare i bisogni degli spettatori per quanto riguarda le avvertenze. E finché Netflix non comincia a gestire adeguatamente gli aspetti che riguardano produzione e distribuzione dell’intrattenimento e che intendono affrontare la vergogna e lo stigma, continuerà ad imbattersi nei suoi angoli ciechi.

Nell'articolo si riporta, inoltre, la seguente 'Nota dell’editore: se soffri di un disturbo alimentare, questo trailer potrebbe essere potenzialmente dannoso. Puoi contattare la linea telefonica Crisis Text Line inviando il messaggio “NEDA” al n. 741-741.'

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Di seguito riportiamo il testo della Petizione lanciata su Change.org, che ci circola in rete in questi giorni.

Chiediamo che il film ‘To the bone’ sia ritirato dal dominio pubblico, che Netflix ritiri il lancio del film o che le compagnie di teatro cinematografico boicottino la messa in onda del film al pubblico. Questo film rende ‘glamour’ le malattie mentali, esaspera lo stigma che circonda i D.C.A. e può essere fattore scatenante e provocatorio per coloro che stanno tentando di guarire da un disturbo alimentare.
Può darsi che 'To the Bone' si stato realizzato dai produttori e dal cast in buona fede e come mezzo per attirare l’attenzione sui disturbi alimentari ma, se così è effettivamente, hanno valutato male e potrebbero infatti annullare anni e anni di lavoro svolto dalle associazioni impegnate nella lotta ai disturbi alimentari e ai disturbi mentali.
Il lavoro intrapreso per mettere fine allo stigma sui disturbi alimentari e all’errata convinzione che si tratti di malattie che colpiscono solo in età adolescenziale, solo il ceto medio, solo le donne non di colore, e che hanno a che fare solamente con la perdita di peso, viene vanificato in un baleno con l’uscita di questo film.
I D.C.A. sono gravi malattie mentali e non dovrebbero essere resi ‘glamour’ nel modo in cui lo fa ‘To the Bone’. Colpiscono persone di ogni genere, età, razza, classe e anche persone di qualunque peso possono soffrirne ed essere gravemente malate. Il tormento psichico associato alla sofferenza di un disturbo alimentare si riflette nel fatto che i D.C.A. hanno il più alto tasso di mortalità, e in particolare tasso di suicidio, di qualunque malattia mentale.
L’Anoressia nervosa non ha a che fare solo con la perdita di peso. Questo film mostra l’anoressia come una malattia che riguarda principalmente la perdita di peso e la guarigione, invece, il recupero del peso. Il peso è un fattore significativo in questa malattia, ma c’è ben altro. Essere sottopeso è estremamente pericoloso dal punto di vista medico e la perdita di peso sostenuta da Lily Collins per essere adatta a questo ruolo è stata irresponsabile e estremamente rischiosa, ma dà anche l’impressione al pubblico che la perdita e il riacquisto del peso nei disturbi alimentari siano una ‘scelta’ e non processi strazianti e pericolosi per la vita , come lo sono in realtà.
Anche mostrare nei media immagini di persone con un peso estremamente basso è inappropriato e può rappresentare una forte provocazioneper coloro che soffrono di disturbi alimentari. L’uscita di questo film può anche fomentare i pericolosi movimenti pro-ana e perciò risultare dannosa, provocante e pericolosa.
Per favore, siate responsabili. Potreste perdere soldi togliendo questo film dal mercato pubblico, ma se procedete, l’impatto potrebbe essere devastante per molte vite ‘reali’, aggravando lo stigma che circonda i disturbi alimentari,provocando coloro che sono in cura e in via di guarigione, o persino incrementare il tasso di incidenza dei disturbi alimentari.
Per favore, non mostrate questo film in pubblico.
(testo originale della Petizione qui)



domenica 25 giugno 2017

Food Photography: una forchetta per sensibilizzare sui D.C.A.

La forchetta avvolta negli spaghetti, e travolta, come in mezzo al mare in tempesta, perché in fondo è così che la persona si sente quando si è preda della malattia, si sente soffocata, sommersa, stravolta e soccombe.


S: Lo strumento della fotografia per veicolare un messaggio. Come lo usi tu? Com’è nata l’idea del progetto 'Odi et amo'?


T: "La mia fotografia ha come soggetto principale il cibo, a volte rappresentato per quello che è, molte altre volte l'alimento diventa un mezzo per veicolare un messaggio. Sulla base di questa mia personale interpretazione, ho pensato che potesse essere interessante affrontare un tema estremamente attuale, come quello dei disturbi alimentari."


S: Come mai hai scelto di rappresentare solo elementi e non figure umane?


T: "Il rapporto conflittuale col cibo e i disturbi alimentari sono stati abbondantemente trattati in ambito fotografico ma siamo abituati ad immagini forti, di persone che combattono la loro battaglia con questi problemi. Io ho preferito allontanarmi da questo genere di scatti, non amo sfruttare l'immagine di un corpo malato per sensibilizzare chi guarda, soprattutto nell'ambito di un argomento così delicato in cui spesso all'origine c'è una mancata accettazione del proprio aspetto. Quindi ho preferito che fosse il cibo a dar voce al mio progetto, immagini forse un po' meno immediate di quelle di solito usate, ma che spero stimolino comunque la riflessione."


S: "C’è un criterio specifico con cui hai selezionato i cibi e gli elementi fotografati? La forchetta è un elemento protagonista che ricorre costantemente nei tuoi scatti, che significato ha per te?"


T: "Quando è nato il progetto, l'ho ideato seguendo le "regole" dei portfoli fotografici in cui, oltre a sviluppare un tema, si deve avere un filo conduttore che colleghi un'immagine all'altra, uniformando per esempio anche il punto di ripresa, il background in tutte le foto. Quindi c'è un soggetto, la forchetta, che sostituisce qualunque elemento umano (ma che poi è il tramite per arrivare al cibo, quindi mi sembrava il soggetto migliore) e che di volta in volta si trova legato, incatenato, attratto ma frenato, travolto, in balia delle emozioni e quindi impossibilitato a raggiungere il cibo, oppure libero ma ostacolato da altri elementi che alla fine non le permettono comunque di raggiungere l'oggetto del "desiderio", il cibo. Come in tutti i racconti, il progetto ha un inizio ed una fine, nel mezzo si sviluppa. Perciò la prima immagine introduce il resto con un cervello legato, perché la malattia parte da lì, da paure generate dalla propria mente, la razionalità che soccombe. E termina con un cuore racchiuso perché il desiderio di affrancarsi c'è, ma è sempre soffocato da un circolo vizioso difficile da spezzare da soli."


S: Mente e cuore, i due soggetti che incorniciano il tuo progetto, aprendolo e chiudendolo. Che cosa rappresentano per te? Se messi in relazione con il disturbo alimentare, che riflessioni ti suscitano?

T: "Il racconto ha un inizio ed una fine, ma in realtà questo progetto secondo me non ha un termine, o meglio, lo vedo più come una rappresentazione circolare, nel senso che mente e cuore sono gli estremi della sequenza ma potrebbero tranquillamente scambiarsi di posto perché sono l'origine e la fine del problema, razionalità e desiderio, ma sono elementi limitati, uno legato all'altro, impacchettato, e nessuno dei due riesce ad affrancarsi."
 
 
Attrazione  e resistenza


S: La calamita che attrae la forchetta credo esemplifichi in maniera molto chiara l'opposizione tra attrazione e desiderio di cibo (quindi di amore, di tutto ciò che è mancanza) e forza della malattia che ti trattiene, ti spinge in direzione opposta; proprio quel 'tiro alla fune' a cui si accennava nell'introduzione al tuo progetto. Com'è nata l'idea di questo scatto?

T: "Il messaggio che voleva veicolare la foto è il nocciolo del progetto: c'è la forza di attrazione, una pulsione verso il cibo, ma al contempo la solita resistenza da parte del soggetto, un continuo tiro alla fune che però non si sposta mai verso destra o verso sinistra, resta tutto lì, la volontà frenata, fossilizzata nel tempo. Io spesso ragiono per associazioni e quando ho visto questo biscotto a ferro di cavallo mi è sembrata una calamita e da lì si è sviluppato il concetto di attrazione/resistenza."

 

"Still Food" | fotografie di cibo tra animato e inanimato

S: Nei disturbi alimentari il cibo è il mezzo attraverso cui manifestare il proprio disagio interiore. Nelle tue foto il cibo è il mezzo attraverso cui trasmettere un messaggio, dei contenuti più profondi che vanno ben oltre la semplice rappresentazione. Il cibo non è solo cibo per chi è malato, così come il cibo non è solo cibo per l'artista che lo ritrae in foto. In tutto questo c'è un collegamento alla tua passione per la Food Photography?


T: "La mia passione per la Food Photography è partita con scatti normali, tradizionali, poi ho pensato che anche un soggetto così particolare e ben contestualizzato come il cibo, in realtà poteva essere utilizzato diversamente, con un po' di creatività ed immaginazione. E' diventato a volte portavoce dei miei stati d'animo, altre volte veicolo per un messaggio in quello che io ho ribattezzato "still food". A parte la mia reticenza a scrivere, credo che l'immagine parli da sola, a volte magari serve una piccola spinta per arrivare al messaggio ma penso che in questo caso, essendo tutte accomunate dallo stesso soggetto ed argomento, possano già da sole invitare alla riflessione. E la maggior parte delle volte le emozioni suscitate vanno ben oltre le parole, anzi spesso le parole sminuiscono quello che la foto suscita, emozioni peraltro personalissime e soggettive."

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Intervista di Sandra a Tatiana Mura, ideatrice e realizzatrice del progetto 'Odi et amo'.






giovedì 15 giugno 2017

ODI ET AMO: contro l'anoressia in un viaggio per immagini.


"Odi et amo. Quare id faciam fortassere quiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior." (Catullo, Carme 85)

"Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile.
Non so, ma è proprio così e mi tormento." (Catullo, Carme 85)
‘Odio e amore’: è una medaglia a doppia faccia quella del disturbo alimentare.

Odio e amore è l’ambivalente rapporto, simbiotico in alcune fasi, che si instaura con la malattia nel momento in cui non si riesce più a distinguere una faccia dall’altra: chi vorremmo essere e chi siamo veramente. Una sofferenza scandita da momenti di euforia e momenti di totale apatia, un dolore che oscilla al ritmo di un’altalena, tra condanna ad un’angoscia esistenziale che sembra non poter avere fine e speranza di una lotta possibile contro i propri demoni interiori. Come un tiro alla fune, un continuo tira e molla tra vita e non-vita, è il tormento - proprio come lo definisce Catullo - di chi si sente al tempo stesso vittima e carnefice di se stesso. 

‘Odio e amore’ è il filo conduttore di un foto-racconto in cui il cibo si fa protagonista di scena e si carica di un messaggio simbolico, un messaggio di speranza per chi contro il mostro dei disturbi alimentari lotta giorno dopo giorno. E’ il progetto fotografico contro l’Anoressia ideato da una giovane spezzina, Tatiana: un fil rouge su tela nera. Parla per immagini Tatiana, che della fotografia del cibo ha fatto la sua passione (si occupa di Food Photography in Liguria) e che mossa da una sensibilità particolare nei confronti della tematica dei D.C.A, ha ideato una serie di suggestive immagini. Nelle prossime settimane condividerà con i lettori del Blog i suoi scatti, i tasselli del suo percorso fotografico dedicato ai disturbi del comportamento alimentare, e le sue riflessioni che li accompagnano.

Sandra

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Tatiana Mura presenta così il suo progetto "Odi et Amo" (2017):

Il rapporto con il cibo è il tema portante del portfolio fotografico.

Il continuo desiderio di poter godere dell’alimento che travolge la mente, riempiendo ogni pensiero, ma che al contempo viene allontanato.

Prigionieri delle proprie paure, si resta intrappolati, legati senza possibilità di spezzare le catene, seppur la chiave per liberarsi sia a portata di mano.

Il cibo, tanto bramato, risulta sempre inaccessibile, ostacoli che la mente si crea e non riesce a sormontare, anche se ai più appaiono facilmente superabili.

La razionalità non riesce ad affrancarsi in una continua ed inesorabile lotta interiore.”


TATIANA MURA: Tatiana vive e lavora in Liguria, la sua passione per la cucina ha fatto sì che il cibo diventasse il soggetto delle sue foto. Il passaggio dalla food photography “tradizionale” a una dimensione più creativa ha portato alla produzione di un portfolio in cui l’immagine dell’alimento assurge a ruolo simbolico. Redattrice de ”La gazzetta del gusto” per la sezione fotografia, vincitrice del premio Artensile 2014, prima classificata al concorso nazionale portfolio fotografico “All’ombra della Torretta” con portfolio still food, nel 2017 ha esposto a Milano e Firenze in rassegne dedicate al cibo. Dal 2017 fa parte del collettivo fotografico Zest. www.muratatiana.wordpress.com

mercoledì 14 giugno 2017

Chewing and Spitting: il disturbo alimentare di cui nessuno parla.



E' esattamente come sembra. 'Masticare e sputare' - di solito conosciuto come 'c/s' da chi ne soffre e come 'CHSP' dagli psicologi - è un comportamento alimentare alterato in cui gli individui masticano e poi sputano il cibo nel tentativo di perdere peso. Ma è molto più di questo. E' centinaia di sterline spese in snack per abbuffarsi. E' la colpa paralizzante del cibo sprecato. Sono le mascelle gonfie, i denti rotti e le ulcere allo stomaco. E' un disturbo serio e grave tanto quanto le crisi bulimiche, l'abuso di lassativi o l'anoressia nervosa. Ma diversamente da questi disturbi più comuni, se ne parla veramente di rado.

"Una possibile ragione di questo è che si tratta di un comportamento non accettabile socialmente", sostiene Dr.ssa Kathryn Kinmond. Al CHSP non si fa riferimento da nessuna parte come lo si fa nei film e negli show televisivi per l'anoressia o la bulimia; non ci sono celebrità associate ad esso; e spesso porta a immagini sufficientemente shockanti per le pagine dei settimanali per donne. Ancora più importante è il fatto che è più difficile da studiare per i professionisti perché, come sottolinea la Dr.ssa Kinmond: "E' spesso un disturbo nascosto, in questo caso le persone non vengono ricoverate perché masticano e sputano."

Nel 1988, gli psichiatri della Minnesota Medical School hanno esaminato per la prima volta questo disturbo come una caratteristica clinica della bulimia. Da allora, una varietà di studi hanno scoperto che le persone che soffrono di anoressia, specialmente i casi più gravi, cadono anche loro in questo comportamento. Ma sebbene il 24,5% (secondo la NCBI) di coloro che soffrono di DCA è stato scoperto a masticare e sputare, questo è stato definito "un sintomo trascurato" nell'International Journal of Eating Disorders di recente, nel 2006. L'associazione britannica leader nei DCA, Beat, mi ha riferito: "non rientra nelle nostre competenze in questo momento", perché è un sintomo, non un disturbo a tutti gli effetti.

Fino al 2013, masticare e sputare era classificato come sintomo di un "Disturbo Non Altrimenti Specificato" (EDNOS o NAS) nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Un esempio di comportamento EDNOS nel DSM-IV era "masticare ripetutamente e sputare, ma non ingerire, grandi quantità di cibo." Tuttavia, l'EDNOS è stato sostituito dalla dicitura 'Altri Disturbi Alimentari Specificati’ (OSFED) nel DSM-V, e adesso non compare più nessun riferimento al CHSP. Come Beat, i professionisti della salute continuano a considerare il CHSP come un semplice sintomo, sebbene i commenti online mostrino come alcune persone mastichino e sputino, e non sembra soffrano nemmeno di anoressia o bulimia.

"Un giorno ho pensato semplicemente: 'E se non ingoiassi il cibo?' "


Infatti, se non fosse per internet, l'ampiezza del problema sarebbe incomprensibile. Fatta eccezione per un articolo di tre paragrafi sulla rivista Glamour nel 2008, che erroneamente lo chiama come il "nuovo" disturbo, questo comportamento non è stato quasi mai affrontato dai principali mass media. Una rapida ricerca su Google di "chewing and spitting" produce mezzo milione di risultati, principalmente blog e forum di molte persone che soffrono, nella disperazione di sentirsi meno sole. Queste storie fanno luce sulla realtà di un problema che i medici, e i media, hanno trascurato.

"Sono stata bulimica per circa sei anni", Hannah, che tempo fa aveva scritto su Reddit del suo problema con il masticare e sputare. "Un giorno ho pensato semplicemente: 'E se non ingoiassi il cibo?' La colpa successiva all'atto era ancora lì, stavo sprecando così tanto ma non riuscivo a smettere di farlo. In un vano tentativo di sprecare meno, qualche volta raccoglievo il cibo e lo mettevo da parte per gli uccellini. Disgustoso, lo so."


Hannah è una delle tre donne che ha acconsentito a parlare con me del suo disturbo di masticare e sputare, quando ho cercato di rintracciarle dopo aver trovato i loro post nei forum. Tutte e tre sono giovani (hanno tra i 18 e i 24 anni), soffrono di disturbi dell'immagine corporea e hanno preferito rimanere anonime. Questo desiderio di anonimato fa emergere uno degli aspetti più pervasivi e opprimenti del disturbo CHSP: la vergogna.


"Quando avevo questo problema all'inizio, mi vergognavo così tanto che non l'ho detto a nessuno", mi ha raccontato una stagista 21enne all'istituto di finanza, che ha voluto essere identificata come 'L'. Come i commentatori online citati sopra, L soffre solamente di CHSP e non ha alcun altro disturbo alimentare.


"Non è qualcosa di facilmente riconoscibile o di serio come l'anoressia o la bulimia. Secondo me, era semplicemente un'abitudine strana e disgustosa che avrei voluto spiegare a chiunque io lo raccontassi", mi ha detto.



Nonostante i sentimenti di vergogna che accompagnano il disturbo, ogni persona che ne ha sofferto e con cui parlo, mi confessa la stessa cosa: trovano che il masticare e sputare crei una grave dipendenza. "Lo considererei una dipendenza la 100%", dice Frances, una studentessa full time negli Stati Uniti, che ha sofferto di questo disturbo per due anni. "Non ricordo l'ultimo giorno in cui ho smesso completamente di masticare e sputare. Alcuni giorni mi ci volevano anche ore."


"C'è un potenziale per la dipendenza in qualunque comportamento", sostiene la Dr.ssa Kinmond, che fa notare anche che il disturbo CHSP potrebbe essere considerato una forma di autolesionismo. Ma scientificamente, c'è un'ulteriore prova del fatto che il CHSP crea dipendenza. Nel suo blog personale, la neuroscienziata molecolare e scrittrice Shelly Fan racconta di uno studio in cui si è scoperto che il masticare e sputare causa un aumento della grelina (n.d.t. l'ormone dell'appetito), l'ormone che stimola la fame. "Si può immaginare che masticare e sputare possa causare un aumento dei livelli di fame nei pazienti con Anoressia Nervosa", scrive, "portando a sensazioni di mancanza di controllo sul cibo." Aggiunge poi che "questo potrebbe controbilanciare il rigido controllo dei pazienti sull'introito alimentare e aggravare il disturbo stesso (o le abbuffate), risultando così in un circolo vizioso."


Allo stesso modo, il CHSP può diventare anche una compulsione per chi soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC). La Dr.ssa Kimberley Quinlan, una terapeuta specializzata in disturbi in cui alimentazione e ansia coesistono, sottolinea come poterli distinguere. "Il contenuto delle ossessioni è il modo più corretto dal punto di vista clinico per distinguere i due disturbi", mi ha raccontato via email. "Se qualcuno mangia e sputa compulsivamente per controllare o alleviare una paura legata al peso o all'immagine corporea, si tratta quasi sempre di un disturbo alimentare." Procede dicendo che per coloro che soffrono di DOC, mangiare e sputare non è collegato alla taglia corporea, ma viene in realtà fatto per una serie di vari motivi, come il tentativo di neutralizzare pensieri intrusivi o una paura che il cibo li faccia stare male. "I comportamenti possono sembrare molto simili, ma la paura che si nasconde dietro di essi è molto diversa".


L'ossessione e la compulsione non sono gli unici effetti correlati al disturbo CHSP. La maggior parte delle donne con cui ho parlato si sono rese conto di soffrire di questo disturbo da sole (una guardando la comedy show Girl Code e un'altra un episodio di Sex and the City) perché credevano erroneamente che permettesse loro di assaggiare e gustare il cibo senza alcuna conseguenza 'negativa', relativa alle calorie o di altro genere.


Tuttavia, oltre a causare disagio in coloro che ne soffreno, mangiare e sputare molto spesso causa un aumento di peso ben maggiore di quello che loro credevano all'inizio. Questo succede perché la saliva contiene enzimi che danno avvio al processo digestivo, il che significa che vengono assorbite più calorie di quelle che si credeva.  Inoltre, siccome coloro che ne soffrono tendono a mangiare e a sputare il cibo in un unico momento (come nell'abbuffata bulimica), spesso ingurgitano più di quello che credono. Hannah ammette che ha provato ad evitarlo masticando con la testa rivolta verso il basso, spesso sopra un cestino in cucina. Racconta anche che i momenti del disturbo CHSP le facevano appannare la vista e sentire il suo corpo debole e in preda alle vertigini. Altri effetti correlati, riportati dagli intervistati, includono ulcere allo stomaco e alla bocca, gonfiore alla mascella dovuta alla movimento ripetuto di masticazione, e l'accumulo di gas.


"Mi sento molto ansiosa quando esco con altre persone, perché so che non riesco a liberarmi di questo comportamento"
Hannah, Frances e L hanno notato anche le conseguenze sociali e psicologiche. Ognuna di loro ammette di aver speso troppo tempo e denaro per quest'abitudine. "Spendo fino a 10 dollari (7 sterline) ogni giorno per questo", racconta Frances. "Mi sento molto ansiosa quando esco con altre persone, perché so che non riesco a liberarmi di questo comportamento. Di solito ero molto socievole e volevo sempre uscire, ora ho quasi smesso e talvolta preferirei essere sola per poter così masticare e sputare". L dice che la compulsione al disturbo CHSP la distrae sia a lavoro che durante le sessioni d'esame, mentre Hannah ha ammesso che le crea "tendenze suicide" a causa dei sensi di colpa legati ad essa.
In conclusione, è necessario arrivare a riconoscere il disturbo CHSP come un disturbo se le persone sono in grado di cercare cure per esso, sostiene la Dr.ssa Kinmond. "Se il disturbo CHSP non è incluso nel DSM, questo potrebbe rendere più facile per alcune persone perpetuarlo, dato che non si sentiranno di essere malate dal punto di vista psichiatrico o di essere etichettate. Tuttavia, per ricevere cure adeguate, potrebbe essere importante trovare un'etichetta riconosciuta. Probabilmente, potrebbero esserci persone che si comportano in questo modo e che non lo vedono come un problema, o lo vedono come un problema ma non sanno dove rivolgersi per chiedere aiuto."

(traduzione dall'originale in lingua inglese: http://www.refinery29.uk/chew-and-spit-disorder)

martedì 6 giugno 2017

Il rifugio dentro di me



Anoressia, bulimia, binge eating, obesità, ortoressia, vigoressia....... la lista è davvero lunga.. Tanti nomi che racchiudono in se' una unica radice: la sofferenza. Il mal di vivere di oggi si manifesta sotto varie spoglie, ma il dolore è insito in ognuno di noi. E ne abbiamo una paura pazzesca. Io ne ho avuto una paura pazzesca, talmente tanta che sono riuscita persino a causarmi dei veri attacchi di panico per la paura di soffrire e di avvicinarmi a quel dolore che non avrei  mai voluto avere  a che fare.  So che quello che sto scrivendo può  risultare assurdo, ma le persone che stanno leggendo e sono ancora dentro a questo vortice sicuramente sanno di cosa sto parlando.  Un vortice che terrorizza e che ha assunto  spesso sembianze di una belva feroce che mostrava le sue fauci, pronte a divorare ogni parte di me. Questa immagine è stata per tanti anni la raffigurazione della mie paure più intime. Paure che poi si sono  trasmesse  e hanno permeato ogni situazione della mia vita. Tutto ad un tratto ogni cosa  si è fatta  sempre più difficile. Hanno cominciato a formarsi in me dei parametri di aspettativa sempre più alti.  Credevo che questo bastasse per poter rimanere in superficie. Anzi di più, mi illudevo che se avessi rispettato questi assurdi parametri,  sarei stata al sicuro  e non più  prevaricata  da nessuno. Essere inattaccabile e invincibile, questo era il mio scopo.  E per farlo dovevo raggiungere  la perfezione . Peccato poi che la perfezione sia stata solo un miraggio e che in realtà non sia mai esistita. Ma non per me. Per me era inammissibile pensare che la perfezione non potesse esistere. E penso che sia così per molti  che soffrono di disturbi alimentari. La perfezione deve in qualche modo esistere, poiché è l'unica strada che crediamo ci possa portare fuori dal turbinio di emozioni soffocanti che ci sommergono. È la strada che crediamo sia giusta per uscire fuori dallo star male.....ma ne siamo sicuri? Io allora si,  ne ero sicura. Ero certa che se fossi stata la "PIÙ  ..."  sia nell'aspetto fisico sia in  tutto quello che facevo, non avrei più sofferto. Invece, pensando tutto questo,  stavo proprio andando incontro alla sofferenza. Alla più assurda, profonda e atroce sofferenza che potessi mai infliggermi. Schiava dei miei pensieri, tiranna dei miei doveri, ossessionata dallo specchio, angosciata dal sentire la stoffa degli abiti stringersi nel corpo. Quello stringere era come una morsa che toglieva il fiato . La morsa della belva che si avvolgeva tutto intorno al mio corpo fino al mio essere . E allora via, via dall'armadio ogni abito che potesse farmi sentire quella  presa così angosciante.  Via, a nascondere quel corpo odiato e non voluto. Un corpo che era indice di ogni dolore. Perché non potevo essere solamente anima e spirito?  Perché avere invece quel corpo da dover modellare, controllare, renderlo perfetto e silente? Ma lui non stava zitto... no....Il mio corpo non ne poteva più di sentirsi dilaniato. E si faceva sentire, eccome se lo faceva. Sembrano i pensieri di una pazza, invece, erano i miei pensieri quotidiani. Un giorno,  era così tanto il dolore che stavo provando, così profonda la solitudine di cui mi ero circondata che mi sono accorta che più in basso di cosi non potevo andare. Lì è stato l'inizio della lunga salita. L'immagine della mia belva, l'ho vista bene in faccia. Ci siamo guardate a lungo, le sue fauci erano belle spalancate, i denti aguzzi, e lo sguardo feroce, che mi intimava di restare lì, ferma, inerte e in balia del suo potere. Io sono stata a guardarla, per anni, mentre mi abbuffavo e poi vomitavo, lei era lì, lì  accanto a me che rideva, sogghignava, e mi diceva che era inutile facessi la temeraria, perché io alla fine ero sempre in balia di lei. L'ho lasciata parlare, e ho continuato a salire i gradini. " ma dove credi di andare, non vali niente senza di me. Io sono quella che ti può portare a essere perfetta, se mi abbandoni, sarai il nulla più totale"........ Non gli ho più creduto, perché io mi sentivo già  il nulla più  totale....anche con lei, anzi, soprattutto con lei... L'ho guardata bene, e nel momento che non le ho più dato spazio, ho visto farsi intorno a me più  luce. Quella luce che la belva stava ben attenta a non far trapelare. La luce mi indicava la salita, ho voltato lo sguardo e ho visto che la mia scalinata era ancora molto lunga da percorrere, ma non mi spaventava, perché quella era la mia strada verso la libertà dalle mie ossessioni e paure. Nel momento che ho percepito " la mia strada verso la libertà " ogni cosa ha assunto una percezione diversa. La fatica si è sempre fatta sentire, ma allo stesso tempo acquistavo sempre più energia e stimoli nuovi per salire un gradino dopo l'altro.. Oggi sono arrivata ad un buon punto di questa lunga strada. Sono fuori dalla malattia e sono dentro alla vita. Essere dentro la vita è anche essere dentro alle difficoltà che si incontrano, ma.......nel frattempo ho acquistato degli strumenti e delle conoscenze che non mi permettono più di spaventarmi in quel  modo tale da dovermi rifugiare nella malattia. Quel rifugio ora  l'ho trovato dentro di me... Mi ci è voluta calma, pazienza, ma soprattutto amore.... Ma alla fine il rifugio dentro di me l'ho trovato......

Francesca