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Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono CREARE UNA NUOVA CULTURA SUI DCA. Siete tutti importanti perchè unici, così come uniche sono le vostre storie e i vostri pensieri. Questo Blog resta quindi aperto a chiunque voglia proporre o condividere, perché Mi Nutro di Vita è di tutti ed è fatta TUTTI INSIEME.

lunedì 31 luglio 2017

Prendersi per mano.


Quando nel 2014 fu indetto il concorso letterario "Mi nutro di parole" dall'associazione Mi Nutro di Vita, ne rimanemmo piacevolmente colpiti.
Scrivere può essere un vero e proprio strumento terapeutico.
Per questo motivo, invitammo alcuni nostri pazienti a partecipare al concorso letterario e, aver letto successivamente il loro racconto tra le pagine del libro, fu per noi una grande gioia e un motivo di orgoglio. 
Di questo prezioso volume acquistammo subito 2 copie: una per noi ed una da prestare ai pazienti. Infatti, accade spesso che le persone con un disturbo alimentare vivano una condizione di "ambivalenza". Attraverso l'ambivalenza, da un lato desidererebbero un cambiamento, vorrebbero curarsi e liberarsi dal dolore provocato dalla propria malattia.
Dall'altro lato, invece, nutrono una grande paura del cambiamento, presentano un forte attaccamento alla malattia e una forte identificazione con essa che, nel tempo, diventa una vera e propria modalità di funzionamento.

Come fare, dunque, per aiutare queste persone a superare la loro ambivalenza?
Le difficoltà iniziali più importanti dei pazienti con ambivalenza sono:
- negare la malattia;
- sentirsi soli e incompresi;
- non credere in se stessi, nelle cure proposte e magari credere di potercela fare da soli senza alcuna terapia.

Per aiutare i pazienti a superare queste difficoltà iniziali ci sono diverse strategie. Solitamente si propone la lettura di un libro che ha lo scopo, appunto, di "agganciare" il paziente in terapia.
Uno dei libri più utili, e che personalmente utilizziamo quasi sempre è proprio "Mi nutro di parole".
È un libro suddiviso in varie lettere scritte da diversi pazienti, genitori e anche terapeuti, dove si intrecciano emozioni, lacrime, paura, dolore, speranza, guarigione e vita.
È un libro che dona la possibilità al paziente di sentirsi meno solo, di leggere altre storie simili alla sua, di dare un nome ai sintomi del suo problema e di ritrovare un briciolo di fiducia nel fatto che è possibile affrontare e guarire da queste malattie.
Il libro va prestato al paziente per un lasso di tempo stabilito (in genere una settimana) e successivamente va commentato insieme in terapia attraverso le frasi che la persona ha sottolineato oppure attraverso i post-it che ha applicato sulle pagine che ha ritenuto più interessanti o vicine alla sua storia.
Oltre al libro, un'altra strategia efficace per agganciare i pazienti ambivalenti è "parlare il loro linguaggio e provare ad entrare nel loro mondo".
Con un esempio, oltre alla lettura del libro, siamo riusciti ad agganciare una ragazza di appena 17 anni affetta da una grave forma di disturbo alimentare, parlando del suo cantautore preferito: Tiziano Ferro. Abbiamo ascoltato insieme una sua canzone dal Titolo "Mai nata" che tratta proprio il tema dei disturbi alimentari.
In questo modo, la paziente ci ha sentito vicini, suoi complici.
Si è fidata e si è sentita accolta, compresa, accettata innanzitutto come persona, prima che come paziente affetta da un problema.

Questi semplici esempi possono trasmetterci che l'unico modo che abbiamo per avvicinarci ad un paziente ambivalente e resistente alle cure è provare ad entrare, in maniera metodica ma con sensibilità e delicatezza, nel suo personalissimo mondo.
Non è facile ma è sicuramente possibile.

Dott. Mario Russo
Dott. Viviana Valtucci



domenica 30 luglio 2017

Guarire.


Hai paura di tornare indietro? 
La paura c’è sempre, c’è in tutti noi, ogni giorno. Con la paura, però, bisogna convivere. Non possiamo pretendere di non avere paura del passato o del futuro. Il passato ci segna e il futuro ci segnerà; non è detto però che questi segni non ci abbiano fatto e non ci faranno maturare. Io ringrazio “la vocina”, la ringrazio ogni istante, perché mi ha fatto prendere coscienza di quello che sono, di quello che siamo. A volte, la rimpiango. La rimpiango perché non ha più quella forza che aveva, non ha più quel grande potere su di me. Rimpiango il fatto che certi commenti e certe parole, non mi feriscano più come una volta, quasi non mi tocchino; rimpiango le crisi, i momenti di totale cecità, perché superarle era frutto di crescita. 
Rimpiango il mio corpo emaciato, e si, me ne vergogno. Contemporaneamente, mi sento in colpa, perché non sono stata abbastanza malata, mi sono fatta sconfiggere. Si, la mia parte negativa si è lasciata abbattere. Ma questo pensiero finisce qui. Infatti, ringrazio la capacità di restringere i miei pensieri in un anello circoscritto, di controllarli e raggirarli. A volte penso di tornare indietro, a volte penso che si stesse meglio prima, ma mi rendo conto che era un’utopia, quasi un’illusione, un sogno ad occhi aperti, un brutto sogno. 
Rimpiango il controllo, ma so che questa è una fase e che questo peso è momentaneo. 
Rimpiango il senso di onnipotenza, ma sulla terra di onnipotente non c’è nessuno. E non c’è nessuno che non sia influenzato dal suo passato. Pensavo che non si guarisse mai totalmente, forse, lo penso tutt’ora. Forse dobbiamo decidere noi, quando e se guarire, magari invece, quando succede, neanche ce ne rendiamo conto. Certo, la guarigione è un percorso lungo e duro, sicuramente a volte sembra irraggiungibile, ma io credo, fondamentalmente che invece di pensare a guarire, dovremmo pensare a vivere: il resto, il meraviglioso resto, viene da sé.

Anna Miglietta

venerdì 28 luglio 2017

Ciao Marco.



Ti eri dato così, gratuitamente, non conoscevi i D.C.A. e le tue figlie fortunatamente non li avevano mai incrociati. Ma eri una persona di alta sensibilità e, conosciuta la mia storia, avevi voluto donare la tua professionalità ad una piccola associazione agli albori. Il destino ha voluto che una feroce malattia ti impedisse di cibarti, ed allora ti trovasti al fianco di quei ragazzi che, come te, avevano bisogno di quella sacca per sopravvivere. Lì, più forti erano le tue domande per me, che cercavo di darti spiegazioni di cui neanch'io avevo certezze.

Ciao Marco, silenzioso e generoso "fiocchetto lilla".

Forse nella tua riservatezza non avresti voluto tutta questa visibilità, io ho voluto semplicemente far sapere a tutti i nostri soci e amici che Mi Nutro di Vita esiste anche perché ci sei stato tu.

Stefano Tavilla

giovedì 27 luglio 2017

Sono tornata a vivere.


Non è sempre facile. Anzi, non è per niente facile, ma bisogna tenere i denti stretti e andare avanti. 

L'altro giorno dalla dottoressa una signora anziana ha detto "da giovane ero magra, portavo una 44". Wow. Wow iniziò a pensare la ragazza che le era difianco, ~anche io portavo una 44 ma non è mai stata una TG magra, ma curvosa. E sai cosa? Per me ora è difficile portarla. A dire la verità non ci voglio più arrivare, ma so che con il tempo anche quello arriverà e, volere o non volere bisogna accettarlo. ~ Lei era una di quelle tante ragazze felici, sempre con il sorriso. Una di quelle che se né fregava di come girava il mondo attorno a sé. Lei voleva sempre uscire, divertirsi e fare cazzate, ma anche per lei quel giorno era arrivato. Stava diventando troppo perfetta, troppo seria, paura di uscire con gli amici o andare a casa di qualcuno. I suoi genitori si erano accorti che qualcosa non andava. Iniziarono ad indagare, tutto in casa stava diventando troppo strano. Dov'era finita quella ragazzina scherzosa, quella che  non smetteva mai di parlare? Dov'era? Bah neppure lei sapeva che fine aveva fatto, ma sapeva solo che lei non poteva più specchiarsi perché stava diventando un mostro e mai bella sarebbe stata ai suoi occhi. Ormai stava diventando impossibile viverci. Urlava per ogni minima cosa che le si diceva, piangeva in camera nel suo angolino senza dire nulla a nessuno, iniziava a tirarsi i pugni in pancia, dopo "mangiato" correva in camera metteva la tv a tutto volume e iniziava a fare tutto quello che l'avrebbe portata a eliminare le CAL del cibo assunto. Basta, così non si poteva andare avanti. Pure i professori intervenirono chiamando i genitori. Ma purtroppo la risposta era "non sappiamo più cosa fare, è seguita da dietista e psicologo, andiamo 3 giorni a settimana per farle fare anche i pasti seguiti, ma non sappiamo più dove mettere le mani, noi stiamo morendo". Veramente loro, anzi, la famiglia stava morendo. E per chi? Per cosa? Per lei? Eee si...; lei stava facendo morire tutti. Pure gli amici, più che dirle "sei magra" non potevano fare altro, anche perché non sai mai come poteva reagire. 

Ormai era arrivata a non ragionare più. Dopo tanta attività fisica, i sorrisi falsi fatti davanti agli altri per dire "va tutto bene", quei pianti versati di nascosto nella sua cameretta, la vita perfetta che si stava facendo, anche se sapeva che la "perfezione" non esisteva e dopo tutto quello che la malattia le stava imponendo ha detto BASTA È ORA DI FINIRLA. Così chiese ai suoi e ai dottori, che da tempo la stavano seguendo, di aver bisogno di rinforzi ancora più alti di quelli che aveva e ormai già da tempo pensato dai suoi cari, chiamarono un ricovero. Entrò nella casa del ricovero il 24/10/2016, dove iniziò il suo percorso di guarigione per 5 mesi e tra mille pianti per la voglia di tornare a casa ecc...il 27/03/2017 quando le dissero che poteva tornare a casa, iniziò a gioire. 

Ora lei ha trovato la libertà, la vita, ha capito quanto è brutta questa malattia e non è un capriccio o un vizio, ma è una forma di non accettarsi per come si è, e molte volte fa uscire il punto debole che per tanto tempo ha tenuto nascosto dentro. Questa ragazza sono io, una ragazza che ora sta bene, non mento se dico che a volte qualche crisi c'è, ma la voglia di vivere è ancora di più e così a denti stretti ci si rialza e si va sempre più avanti. Fanculo alla malattia e quelle persone che dicono che il "bello è il magro", perché ognuno è bello a modo proprio. Io ora sono tornata a fare tutto, ho potuto ritornare a studiare dopo le dimissioni completando la maturità con i miei compagni/amici, sono tornata a ballare, ma soprattutto sono tornata a VIVERE!!

Francesca Antoni

Quel muro, adesso affrontalo.



Guarire dai D.C.A. è un percorso duro, durissimo perché devi mettere in discussione moltissime cose di te, devi stravolgere abitudini, rieducare il tuo pensiero, riconoscere e accogliere di te le parti belle e quelle che rifiuti, devi ridimensionare ansie e paure e sperimentare decidendo di affrontare qualunque conseguenza di quell' "Effetto Sorpresa" che tanto invece ti spaventa e non puoi controllare, accettare la Verità per quella che è, e sicuramente è molto di più di quello che ho finora scritto, ma molte cose le sto metabolizzando poco alla volta.

Pensavo che guarire avrebbe migliorato il mio stile di vita (e questo è vero!), mi avrebbe restituito un mondo migliore, molti dei problemi che vivevo si sarebbero risolti o cancellati. Non è del tutto vero!

La malattia e il suo sintomo sono una risposta sbagliata con cui affronti un ben determinato problema, "un muro" che troviamo nel nostro cammino di relazioni sbagliate o malate, di sentimenti nascosti, di emozioni bloccate... Decidi senza rendertene conto che per affrontare quel muro devi cambiare te stessa, se migliori e diventi perfetta il problema (spesso un vuoto affettivo) sarà risolto, chi ami ti amerà, chi ti deride ti stimerà, creerai una barriera impenetrabile per cui il male starà lontano da te e nessuno potrà mai metterti in discussione col mondo...
Spesso diventare una farfalla è un nostro sogno simbolico per alleggerirci dal dramma delle nostre emozioni, rappresenta una nuova rinascita da una te che non ami ad un essere meraviglioso, ma significa anche volare oltre il problema in cieli sereni e in spazi sconfinati! Oggi riconosco che è un sogno simbolico sbagliato per me!

La malattia è un grande occhiale, come quello che danno nei cinema per vedere il film in tridimensionale, vedi l'oggetto lontano come se fosse molto vicino e minaccioso, la malattia serve per nasconderti, osservare, tentare di cambiare (il famoso bozzolo di farfalla in cui ci rintaniamo speranzose). In questo bozzolo sposti il tuo punto di vista, vivi in introspezione e non lo guardi più in faccia il tuo problema e non lo affronti realmente! Perché non serve a nulla modellare se stesse per oltrepassare "il muro"! Così comprendo che guarire è stato "togliere il sintomo", "ridimensionare la realtà", "accettare verità scomode", "rendermi consapevole", ma non ha "abbattuto quel muro", anzi, mi ci ha rimesso di fronte e mi ha detto "Adesso affrontalo!".

Ecco la vera battaglia inizia ora, ringrazio Silvia P. che mi ha aiutato ad arrivarci di fronte a quel muro, alleggerita dai Mostri…io, finalmente io, anche se non sono una farfalla!
Sono una donna che ha molto sperato e anche sofferto, caparbia nel modo sbagliato, ed ora eccomi qui, con tutte le mie parti con tutta la mia storia e non ho più paura!

Basta un solo giorno tra tanti per chiedere seriamente aiuto!
Basta un solo giorno per decidere di vincere sulle proprie resistenze e accendere la speranza di riuscire a liberarsi dal tormento.
E poi un susseguirsi di giorni dove si sperimenta, si vince, si cade, si ha paura, ci si rialza, si inciampa nuovamente e poi ci si ferma..giorni in cui ti sembra di non fare nulla, ma sei così accecata dall'obbiettivo che vuoi raggiungere, da non renderti conto del percorso che hai fatto! Giorni in cui riprendi a camminare e poi i passi diventano meno incerti e più veloci...e qualche volta si cade ma ci si rialza perché seppur non sai ancora bene chi sei, sai cosa non vuoi più essere! Basta un solo giorno tra tanti, fra tutti quelli che seguiranno, basta quel giorno per rinascere!

Un abbraccio a tutti quelli che a vario titolo lottano o danno anima e cuore per aiutare anime ferite. Un abbraccio a tutte coloro che ce l'hanno fatta e questa vittoria la condividono con chi sta soffrendo per mandare un messaggio di speranza, per accendere in loro la fiammella!

Clara

lunedì 24 luglio 2017

Una nuova vita.



Buonasera, sono una ragazza di vent'anni. Ho sofferto per 5 anni di anoressia nervosa. Ieri è stato un anno dalla dimissione del mio ultimo ricovero: sto bene e ho completamente ripreso in mano la mia vita. Ieri ho scritto un piccolo pensiero, che ci terrei a mandarvi, nel caso in cui voleste pubblicarlo... Mi piacerebbe poter aiutare qualcuno anche con delle semplici parole. A me avrebbe fatto riflettere, perciò spero possa essere utile a qualcuno. Grazie mille in ogni caso e grazie per ciò che fate col cuore :)

Sono così giovane. Ho solo 20 anni e ho già in mano una vittoria più grande di me. Una vittoria che, in realtà, a volte considero un dono. Una vittoria che mi ha dato la possibilità di nascere una seconda volta. Ho passato cinque anni di inferno: quello che in casa mia chiamiamo il "verme" si era impossessato di me. La mia testa era piena di pensieri non miei, che mi hanno portata a costruirmi una prigione. Basta cibo, niente amici, solo studio e bruciare bruciare bruciare. Ero destinata a svanire nel nulla. Non mi interessava se stavo male, se ero svenuta in metropolitana, se il mio cuore si stava fermando. Quante volte mi sono sentita dire che bastava volerne uscire, che dovevo impegnarmi, che ero io che mi crogiolavo in quello stare male. Sì, ammetto che era una gabbia dorata, in cui mi sentivo protetta e perfettamente in controllo, ma, a distanza di tempo, non credo sia solo quella la questione. Stavo male e sapevo di volere stare meglio, ma semplicemente non sapevo minimamente come fare ed ero invasa dalla paura. Invece, dopo aver girato cinque e più ospedali e visto medici su medici, mi sono detta: "Sono stanca di tutto. È da cinque anni che non sto vivendo. Il tempo perso non torna. Devo salvarmi finché posso". Con questa motivazione ho affrontato il mio ultimo percorso e esattamente un anno fa, dopo mesi e mesi, venivo dimessa dall'ultima struttura specializzata in cui sono stata. Ero piena di paure, ma sentivo che questa era la volta giusta, perché avevo assaporato il gusto e della vita e non volevo più lasciarlo andare. Ora le paure sono svanite: mi sono rimessa in gioco totalmente, ho iniziato una nuova vita e ho capito che ciò che voglio è VIVERE. Se sono arrivata fino a qui devo, però, ringraziare la mia famiglia e le tante persone che mi sono state vicine, sempre convinte che la vera me sarebbe tornata. Oggi, mi rivolgo a tutte le persone che stanno affrontando questo mostro: continuate a combattere e vincete, perché ne vale la pena. Il premio sarà la vita, lì che vi aspetta, e vi posso assicurare che è davvero fantastica in ogni sua sfumatura!

C.B.

domenica 23 luglio 2017

Non è un capriccio.



NON È UN CAPRICCIO...È UNA MALATTIA...
NON ME LA SONO CERCATA...MI SONO AMMALATA.

Ho amato il mio disturbo alimentare come non ho amato mai. Nonostante tutto non riesco ancora a leggere a voce alta il suo nome. Ne ho ancora paura. Forse perché mi ha tradita. Invece di amarmi, lui mi ha annullata. Non mangiavo più, nel contempo lui si nutriva di continuo dei miei pensieri, delle mie relazioni, del trascorrere lento delle mie giornate.
Una sorta di voce costante e assillante. Una "cattiva madre" che mi diceva quel che potevo o non potevo fare. E se potevo mi diceva "come", ed io eseguivo tutto alla perfezione. Nessuno sgarro. Massimo controllo. Se avevo più paura di morire o di mangiare???? Per quanto possa sembrare assurdo...avevo più paura di mangiare. La morte non mi ha mai spaventata.
Ricordo ancora le corse. In ogni dove. Poco importava la pioggia...il vento...il sole...dovevo  bruciare...consumare...
annullare calorie, a costo di soffocare quella corsa dentro un ultimo respiro.
Quante volte mi hanno detto...è questione di volontà... Te la sei cercata...lo potevi evitare... Sei tu che non ne vuoi uscire... Basta ora arrangiati.
Poi sono letteralmente crollata. Appesa tra arresa e ripresa. All'improvviso è arrivata lei, una dottoressa senza camicie, perché poco importa il titolo...qui occorre amore...occorre ascolto. Lei ha capito ed ho capito anche io...le ho affidato il mio dolore. Ora è al sicuro...seduto...tranquillo.
Questa è una malattia, non è questione di volontà il volerne uscire o meno, e chi ne soffre non se l'è cercata. Non è neppure un capriccio. Qui il cibo non c'entra.
Qui abita il dolore...qui il prezzo della libertà è prigione. Qui il silenzio è un grido acuto d'aiuto.
Qui occorre aggrapparsi alla vita degli altri prima che sia troppo tardi...prima che la tutto scivoli e venga divorato da quel disturbo...che se ho tanto amato, ora a distanza di tempo provo per lui solo molta pena.
La strada è ancora lunga ma oggi sono viva.
A tutti coloro che camminano indossando le mie scarpe dico...PARLATENE...CALCIATE...
TIRATE PUGNI MA AFFERATE LE MANI DI CHI VI OFFRE AIUTO. Non guardate lo specchio, guardate gli occhi di chi vi ama...lì la vostra immagine non si deforma...lì nulla fa paura.

A mio figlio.
R.B.

giovedì 20 luglio 2017

Sei più forte tu.


“Quante volte avrei voluto tornare, con l’aiuto di un genio o della tecnologia,nel passato e rimediare ai miei errori!”
(10 anni)
“Caro diario […] la mia bruttezza, poi, è un altro problema: sono presa in giro come pochi.”
(12 anni)
“Caro diario […] mi stavo chiedendo se è così che voglio trascorrere la mia vita, passando la sera a sprecare il mio tempo, senza cercare alcunché di nuovo all’esterno o una soddisfazione in più, qualcosa al di fuori degli schemi . […] Ad esempio, io sto seguendo un’ambizione maturata in 4^ elementare, quella di diventare professoressa, ma non è un gesto di pigrizia e vigliaccheria, una paura di cercare qualcosa di diverso da ciò che ho sempre desiderato, possibile non avere altri desideri? Invecchierò così?”
(14 anni)
“Non posso più scappare da me stessa; posso addormentarmi con la TV accesa per non sentire i miei pensieri, posso evitare i miei per cercare di mangiare qualcosa. Ma non posso sfuggire alla mia coscienza, all’inquietudine che c’è in fondo a me. E non serve che sia buio per sentirsi come il marinaio del Kursk, alla ricerca di una vita che non riesco a vedere e che non mi appartiene. […] non posso trascorrere la vita ad evitare le emozioni perché non so dominarle, non posso vivere nella più completa apatia, perché ha ragione Brignano: la morte colpisce chi è già vivo, quindi chi rinuncia alle emozioni non deve temere la morte. Spero che in qualche modo io riesca a crescere in armonia con me stessa e i miei desideri.”
(16 anni)
Buongiorno MiniMe, e buon compleanno.
Già, sei riuscita a raddoppiare quei 16 anni. Ma diciamocelo, non hai mai veramente pensato di arrivare a 17 anni. Il problema, che ti atterriva, era come ci saresti arrivata, e così ai 20, 25, 30, etc. Ci sei arrivata, questo te lo garantisco perché sono la vecchia te. Te lo dimostrano le pagine dei diari che ho tenuto, ma lo sapevi già che non mi sarei mai liberata di quei diari.
Comincerei col dirti che seguire il sogno di diventare prof non è un geto di vigliaccheria, anzi. E’ tenacia, è costanza, è destino. E un sogno, già solo quello merita lo sforzo di inseguirlo. Certo, non tutti i tuoi sogni belli si realizzeranno (e ti tengo la suspense pure su quello di diventare prof), ma la strada che percorrerai per arrivarci ne varrà sempre la pena. Sempre.
Poi, per rispondere agli errori da cancellare a 10 anni e alla bruttezza che ti perseguitava a 12: il mondo è pieno di stronzi. No, sul serio. E generalmente, nessuno di questi stronzi fa sfilate di moda o concorsi di quoziente intellettivo. Tuttavia, si sente in diritto di umiliare i suoi coetanei senza tregua. Ti svelo un segreto: il problema è loro, non tuo. E per fortuna non esisteva internet, ai tuoi tempi, perché adesso la situazione è molto, molto peggiore.
E arriviamo ai 16 anni. Da un lato, fa male vedere quella data, ottobre. Perché nella tua personalissima mitologia, quando la racconterai (raramente, te lo concedo), lo spartiacque tra “malattia” e “guarigione” sarà sempre giugno. Stai già guarendo da 4 mesi e ancora ti senti dentro al Kursk. Giusto perché vogliamo essere precise, soffri di anoressia. E in realtà, il fatto che tu scriva il diario è un buonissimo segno. Almeno stai lasciando uscire una parte dei fantasmi che abitano nella tua testa. Quei fantasmi ci sono, ci sono voci  e ci sono mostri. Ma ti do un altro scoop: sei più forte tu. Quindi, invece di rintanarti sotto le coperte per paura del mostro sotto il letto (o dei soldati di Golden Axe che sorgono dal pavimento), eschi, accendi la luce e guardalo in faccia, quel mostro. Sei più forte tu. Abbi fiducia in te stessa, nella tua resilienza, nella tua infinita capacità di amare e di lottare per tutto ciò a cui tieni. Comincia amando te stessa, pregi e difetti. Inclusa quell’ansia di perdere tempo. Perdilo, sto tempo. Annoiati. Anche quello servirà.
Non voglio toglierti la sorpresa di quello che ti accadrà, ma sappi che emergerai da quel fondale in cui sei precipitata. Ci saranno giorni belli, giorni ok e giorni brutti. Ci saranno viaggi, amici, amori. Ci saranno lacrime, sorrisi, abbracci, ferite, risate. Ci sarà vita. Non fuggirai dalle emozioni, le vivrai tutte. E ogni volta che soffrirai, resterà il ricordo della te di 16 anni che non voleva arrivare a 17 così. E saprai che anche il dolore è pur sempre un’emozione, e non vorrai far cambio per niente al mondo.
Vorrei poter tornare indietro nel tempo a darti quell’abbraccio che ti manca come l’aria, ma – questo te lo posso svelare – non hanno ancora inventato la macchina del tempo. Quindi mi limiterò a cercare di raggiungere, in un  abbraccio virtuale, chi come te allora si sente in fondo al mare.
Buon compleanno, MiniMe. Buona vita, perché vita sarà. Altri 16 di questi anni, non vedo l’ora di percorrerli insieme a te.
(32 anni)
Luna

lunedì 17 luglio 2017

Fino all'osso: la visione di un genitore.



Sabato 15 luglio 2017 ho avuto la possibilità di assistere alla prima del film "To the Bone". La location dove è stata proiettata (il Castello Aragonese), per chi non la conosce, è stupenda, e tra l'altro è il posto dove mia figlia Misia (Artemisia) fece una delle più belle esibizioni di danza; forse per questo motivo prima della proiezione ero ancora più teso ed emozionato. La tensione era dovuta anche dalla paura di dover assistere ad un qualcosa che ho già vissuto sulla mia pelle. L'esperienza vissuta a fianco di una persona anoressica, finita purtroppo anche tragicamente, mi  ha, in un certo senso, permesso  di avere un giudizio alquanto particolare verso questo film.
Io penso che questo film, avendo trattato l'anoressia solo dal punto di vista della cura - perché non fa altro che seguire la ragazza solo nel suo percorso riabilitativo - non ha messo in mostra tutto quello che c'è di terribile per chi soffre di questo disturbo. Mi riferisco alle ossessioni, all'isolamento, agli sbalzi di umore, agli stati di depressione, al modo di relazionarsi con gli altri che vive giorno dopo giorno chi soffre di anoressia.  Per le ossessioni per il cibo, il peso e le calorie posso capire, anzi c'è da dire che è stato un bene che li abbiano trattati in modo leggero, per le altre problematiche penso invece che avrebbero dovuto esporli, se volevano dargli un senso, in modo che chi vede il film abbia  una visione reale del disturbo. Lo stesso percorso di cura è stato un po' fiabesco, ma questo ci può stare, in fondo è un film.
Una cosa mi ha colpito e mi ha veramente scosso: è stata la scena verso la fine tra la ragazza e la madre quando quest'ultima gli dice di ricominciare e le propone di bere dal biberon, la figlia gli dice di no e la mamma gli dice qualcosa del genere (era in inglese con i sottotitoli in italiano): "accetto questa tua volontà di morire, ma non capisco perché non vuoi più vivere." In quel momento mi sono ricordato di quando a mia figlia dissi: "Misia io non accetterò mai questa tua volontà di morire, perché tu devi vivere per scoprire le tante cose belle che la vita ti offrirà." Nel film, mentre la mamma sta per andarsene, la figlia la chiama urlando "mamma, nutrimi, ti prego!" e alla fine beve il biberon di latte. Ecco, io non ho mai più sentito quel mamma o papà...

Paolo

domenica 16 luglio 2017

Per amore della danza ho sconfitto l'anoressia.


32 chili: esulto sulla bilancia. Il mio corpo sta diventando così leggero che mi sembra di poter volare.  Via, lontano dalla mia paura di vivere. Ma un macigno di tristezza mi fa da zavorra: arranco penosamente per le scale, sono a corto di fiato, senza forze. E a ogni passo mi sento sconfitta, mentre sprofondo nelle sabbie mobili dell’anoressia nervosa.

Non trovo il mio posto nel mondo
Sono figlia unica e fin dall’infanzia, poiché entrambi i miei genitori lavorano, trascorro la maggior parte del tempo dai nonni, con libri, borse e abiti sparsi tra due case. Questa situazione un po’ zingara inizia a farmi soffrire durante le scuole medie, quando avverto il bisogno di un angolo tutto per me. Solamente con la danza classica, che pratico dall’età di cinque anni, sento di avere un posto nel mondo.  A scuola sembro trasparente: la timidezza ostacola le amicizie. Con l’inizio dell’estate dei miei 15 anni, la solitudine e la noia sono diventate una droga che mi toglie la ragione. Un giorno, sfogliando un giornale, leggo un articolo su come ritrovare la linea. Non sono in sovrappeso, ma inizio a studiare le tabelle nutrizionali dei prodotti, giusto per passare il tempo: nel giro di poco, divento una guru della composizione degli alimenti. Mele, spaghetti, carne, verdure: imparo le percentuali di carboidrati, proteine, fibre e grassi. Finché un mattino, allo specchio, un pensiero mi solletica l’orgoglio: «Con qualche chilo in meno, forse starei meglio». Rinunciare a brodi e petto di pollo lessato, menù fisso dai nonni, non è faticoso. E mentre il mio peso inizia a calare, lo stomaco si restringe. «Posso scendere ancora»: sfido me stessa in modo insulso, senza rendermi conto del vortice in cui mi sto infilando. Calcolare esattamente quante calorie inghiotto mi regala una sensazione di onnipotenza; non mi rendo conto che mi sto inabissando rapidamente come il Titanic.

Vivo in gara con me stessa
«Mangia un po’ di più»: mia madre una sera mi fissa preoccupata. «Eli, sei dimagrita, stai bene?», mi chiede nei giorni seguenti una delle mie poche amiche. Non capisco perché si preoccupino: i miei fianchi mi sembrano così larghi rispetto al mio busto esile. Ma di lì a poco non c’è più un abito in cui non sprofondi: ho perso 15 chili in tre mesi. Finché un giorno sulla bilancia compare il numero 32: sorrido vittoriosa. Allo specchio, però, scorgo solo il ghigno di un fantasma che mi fa sobbalzare il cuore. Avverto l’istinto di gridare, ma i miei genitori sono più veloci della mia voce e mi portano di peso in ospedale. «Il sondino nasogastrico mai», minaccio la dietologa. E l’incontro con la psicologa non va meglio: patteggio tre pomeriggi a settimana tra visite mediche e percorso psicoterapeutico, pur di evitare il ricovero.

Mi sento morire dentro
«Scordati di ballare in queste condizioni», sentenzia un altro medico, gettandomi nella disperazione. Le ore in cui avrei dovuto volteggiare sulle punte le trascorro disegnando. Tra i miei arabeschi svuoto la mente: l’anoressia mi sta privando di ciò che più amo. La rabbia mi assale e si mescola all’ansia.  La sera prego il cielo che mi faccia risvegliare il mattino dopo: ho il terrore che il mio cuore, messo a dura prova, ceda nel sonno. L’anoressia ha corroso la mia voglia di vivere. Tutto d’un tratto, nel mio corpo scheletrico intravedo un futuro di profonda tristezza, da cui potrei salvarmi solo con un lungo lavoro interiore. Non so da dove partire, non trovo conforto nella terapia psicologica. Di una cosa però sono certa: non voglio essere ricordata come una debole o compatita. Non ho scelta: o aspetto di sbriciolarmi, o ricomincio a mangiare.

L’amore per la danza mi ridesta
Ogni boccone è un pugno nello stomaco, ma la cosa più complicata è non cedere ai calcoli delle calorie: cerco di concentrarmi su altri numeri, e conto i giorni che mi separano dal saggio di danza di fine anno. Non voglio mancare. È maggio, ormai, quando recupero il peso minimo per riprendere le lezioni: appena calzo le scarpette, dovrei sentirmi radiosa, eppure avverto un’inquietudine. Ho sempre preteso da me stessa esecuzioni degne di un étoile, ma ora capisco che questo atteggiamento mi ha distolto dal puro piacere di danzare. Provo a lasciarmi andare sulle note di Tchaikovsky, ascoltando solo la mia struggente voglia di ballare: non conto i passi della coreografia e il mio cuore inizia a volare. Ora sì, assaporo la felicità. I miei movimenti sono imperfetti, ma non importa, perché ce l’ho fatta: sono riuscita a salire sul palco del teatro.  E soprattutto sono tornata sul palcoscenico della mia vita.

Di nuovo al centro della mia esistenza
«Brava Elisa, stai andando bene». La nutrizionista da cui vado durante l’estate è un faro nel mio tortuoso percorso di risalita dal buio. Mi hanno permesso di interrompere le visite ospedaliere purché io sia seguita da una specialista e lei mi piace perché non mi identifica con i miei chili. Divide lo studio medico con il marito  e nella fiducia che anche lui ripone in me di riflesso si fortifica la mia autostima. «Ti possiamo aiutare, ma solo tu puoi cambiare la situazione. Sei tu il soggetto della tua vita», mi sprona un giorno. Come un’illuminazione, di colpo mi rendo conto di aver vissuto ai margini della mia esistenza, con un atteggiamento passivo che mi ha condotto alla deriva. Ora però sono determinata, voglio sconfiggere l’anoressia, mi è chiaro che sono io l’artefice del mio destino. «Combatti Elisa, reagisci», mi ripeto varcando l’uscio. Corro dai miei nonni e prendo tutte le mie cose: quando rientro a casa, mi ritaglio uno spazio tutto mio. Ed è solo l’inizio.

Alla fine ho vinto la mia guerra
Sono passati cinque anni. Il bilancio? Essere “leggera” è stato molto pesante. Con l’anoressia ho intrattenuto un estenuante combattimento: lei ha avuto la meglio in alcune battaglie, ma la guerra l’ho vinta io. La mia famiglia,  le mie vere amiche, i miei medici, tutti sono stati preziose tessere della mia rinascita, ma senza la mia volontà sarebbe stato impossibile ricomporre  il puzzle della mia identità divorata dalla malattia. Oggi sto incominciando ad amarmi e ad accettare ciò che non posso cambiare.  «Prendete la vita con leggerezza», scrive Italo Calvino in Lezioni americane, «che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». La sue parole mi danno una direzione. Sto imparando a lottare per ciò che desidero, perché non sia la paura del futuro a pilotarmi: voglio essere io al timone della mia vita, avanti  tutta verso la mia felicità.

Elisa

Elisa Sossi, 20 anni, vive a Trieste con i genitori e frequenta la facoltà di Lettere moderne. Studia danza classica da quando aveva 5 anni. Nel libro Il peso della leggerezza (Aletti editore) Elisa Sossi ripercorre la sua vicenda di malattia e guarigione. L’autrice ha partecipato al premio Quasimodo, indetto dalla sua casa editrice, ed è arrivata terza.

venerdì 14 luglio 2017

Arriva "To the Bone": per chi si appresta a guardarlo

Sosteniamo i media nel diffondere una corretta informazione sui disturbi alimentari: più si parla di D.C.A. e più si riduce lo stigma che circonda queste malattie mentali, più cresce la consapevolezza e più le persone saranno in grado di chiedere l'aiuto di cui hanno bisogno. E' importante ricordare che To The Bone è una storia romanzesca e rielaborata, dove attori e modelle di Hollywood rappresentano i personaggi. Non rappresenta la realtà di chi soffre di disturbi alimentari, o delle possibilità di cura disponibili. Tuttavia, mostra chiaramente il terribile disagio psicologico che sperimentano le persone che soffrono di DCA e il forte impatto di questo sulla famiglia. I disturbi alimentari, come chiaramente rappresentato nel film, non hanno a che fare con una scelta, né con il mettersi a dieta o con la vanità. E' importante sottolineare però anche che questo film contiene con molta probabilità immagini angoscianti o provocanti per persone che hanno sofferto di disturbi alimentari. Fa spesso riferimento alle calorie, al peso, ai comportamenti disfunzionali dei disturbi alimentari, e la protagonista, Ellen, è presentata come una ragazza estremamente magra. Quindi, noi invitiamo chi ha sofferto di DCA a riflettere bene prima di guardare questo film. Non vorremmo che questo fosse causa di disagio, o causa scatenante, per nessuno.


Dovrei guardare "To the Bone"?
Se hai sofferto di disturbi alimentari, ti consigliamo di parlare con qualcuno all'interno della tua rete di supporto prima di guardare questo film e di programmare anticipatamente di essere sicuro di poter parlare con qualcuno del film dopo averlo visto, dei pensieri e delle sensazioni che ti ha suscitato. Potresti anche chiedere a qualcuno di fiducia e che conosce la tua storia personale, di guardarlo prima, in questo il modo il suo feedback potrebbe darti utili informazioni per capire se è opportuno o meno che tu guardi questo film.

Come famigliare, sarebbe per me utile guardare "To the Bone"?
To the Bone è un film, una storia rielaborata, e mentre potrebbero esserci molte persone che soffrono di disturbi alimentri che si identificheranno con questa, è importante ricordare che il film rappresenta solamente l'esperienza di una singola persona. Sottolineiamo anche che le dinamiche famigliari della storia di Ellen potrebbero risultare difficili da guardare. Può darsi che lo troverai utile per capire meglio che cosa il tuo caro sta attraversando e, finché il tuo caro ritiene che sia opportuno farlo, potrebbe essere anche utile guardarlo insieme. Suggeriamo che qualunque pensiero o emozione relativi al film vengano discussi durante o dopo la proiezione.



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Le domande più frequenti rivolte a Project HEAL (partner Netflix) sul film "To the Bone"


Alla luce dell'ampia discussione sui social media che si sta verificando, abbiamo voluto fornire alcune informazioni sui disturbi alimentari e spiegare perché abbiamo deciso di essere coinvolti in questo film. Continueremo a rimanere fedeli all'idea che questa opportunità di educare e creare consapevolezza genuina in merito a questa condizione incompresa, sia utile al benessere delle persone che soffrono di DCA e a coloro che potrebbero sviluppare questi disturbi.

Perché Project HEAL ha scelto di essere coinvolto in questo film?
To the Bone è il primo grande film sui disturbi alimentari e offre la possibilità di stimolare in un pubblico vasto la conversazione sul tema dei disturbi alimentari, le malattie mentali maggiormente stigmatizzate, incomprese e sottostimate. Abbiamo voluto essere parte di questa conversazione per educare il pubblico e guidarlo poi verso una maggiore consapevolezza e comprensione.
[…] To the Bone fa luce sulla gravità e sulla complessità dei disturbi alimentari, catturando l'impatto di queste malattie sconcertanti, sia sul paziente che sulla famiglia, mentre enfatizza l'idea che guarire è possibile.
L'intento di questo film è sempre stato quello di educare un pubblico più ampio e di raccontare la storia vera di una persona che ha lottato contro i disturbi alimentari. Nessuna storia è uguale e ci sono tante storie che bisogna condividere. Lo straordinario dibattito e la consapevolezza che To the Bone ha già generato, ci aiuteranno a farlo.

Questo film promuove l'errata concezione che i disturbi alimentari colpiscono solo le ragazze magre e non di colore?
Mentre il trailer si focalizza sulla storia di Ellen (una ragazza giovane, bianca e sottopeso, che soffre di Anoressia Nervosa), l'intero film mette invece in evidenza in modo chiaro la diversità delle persone che soffrono di disturbi alimentari; mostrando differenti diagnosi, taglie del corpo, generi e etnie.

Questo film può essere 'provocatorio' per chi soffre di disturbi alimentari?
Questo film potrebbe avere effetti potenzialmente negativi per chi sta soffrendo di disturbi alimentari. Ci raccomandiamo di valutare attentamente a che punto del tuo percorso di guarigione sei prima di guardare questo film. Ecco una nota della nostra cofondatrice, Kristina: "La guarigione dal disturbo alimentare è stata l'esperienza più impegnativa di tutto il mio percorso di vita e, agli inizi, mi sentivo provocata da alcune cose (come le amiche in cura, parlare di dieta tra coetanei, andare in palestra e vedere persone in sottopeso). Dovevo capire che stavo affrontando il mio percorso e che dovevo evitare queste provocazioni. Man mano che sono andata avanti nel percorso, sono stata in grado di 'starci' in quelle provocazioni e ora, affrontarle, rende ancora più forte il mio essere guarita e la mia consapevolezza di non voler tornare indietro. Spero che il pubblico possa tenere a mente questa prospettiva quando valuta attentamente se guardare o meno questo film."

La protagonista ha perso peso per questo film. Supportate questa decisione?
Non intendiamo in alcun modo sposare l'idea che le persone che soffrono di anoressia possono perdere peso in maniera sana. Questa è una decisione creativa delle parte che riguarda la regia, e le registrazioni sono state completate prima che Project HEAL venisse coinvolto nel film.
La ricerca prova che entrare in uno stato di equilibrio negativo e/o perdere peso può rendere le persone che hanno sofferto di anoressia più predisposte a ricadute. La perdita di peso è un aspetto che Project HEAL non sostiene. Tuttavia, siamo consapevoli che mentre l'attrice ha scelto di perdere peso per la parte, per ottenere l'immagine che voi vedete nello schermo, i realizzatori hanno utilizzato effetti visivi, speciali effetti di trucco, controfigure e particolari scelte di abbigliamento.

Come parlare a qualcuno che sta lottando contro un disturbo alimentare di questo film.
E' importante sapere come ascoltare e rispondere a chi pensa di essere in lotta con un DCA. Ascolta attivamente e non giudicarlo. Non fare commenti sul peso o sulla sua immagine corporea. Sii accogliente e gentile. Offrigli l'opportunità di rivolgersi a personale specializzato per cercare aiuto. Ricordagli che sei lì per aiutarlo e supportarlo.

Il tipo di cura che viene presentato nel film è tipico per i pazienti che soffrono di disturbi alimentari?
Questo film non è un manuale di 'come si fa' a curarsi. E' una storia ispirata all'esperienza di una donna (la regista Marti Noxon) con questa malattia. Alcuni aspetti della cura mostrati dallo psichiatra, impersonato da Keanu Reeves, e quelli mostrati nella struttura di cura, sono tipici, altri però non lo so. Per esempio, la necessità di un monitoraggio medico e di una misurazione regolare del peso è un aspetto tipico di molti protocolli di cura, ma il piano alimentare presentato nel film, in cui ai pazienti è permesso mangiare quello che vogliono, è insolito. Il film include chiaramente il messaggio che la salute è associata a comportamenti alimentari normale e al mantenimento di un peso salutare, ma fa uso di licenza artistica nella rappresentazione degli interventi che aiutano la protagonista a raggiungere la consapevolezza per il cambiamento. Project HEAL non sostiene un protocollo d'intervento piuttosto che un altro e non suggerirebbe mai ad una persona che soffre di disturbi alimentari di ricavare consigli per la cura da un film.

Abbiamo creato delle domande che possono aiutare a guidare la discussione sui disturbi alimentari a partire da questo film.
- Che cosa pensi sia inaccurato in questo film? Cosa pensi che manchi? Se non hai una conoscenza di base dei disturbi alimentari, che cosa ti ha sorpreso del film?
- Le dinamiche della famiglia di Ellen e la comprensione/incomprensione della sua malattia sono evidenti nel film. Perché pensi che questo sia un aspetto importante della trama nel film?
- Cosa faresti se pensassi che uno dei tuoi amici o un tuo famigliare soffre di disturbi alimentari? Se conosci qualcuno che soffre di disturbi alimentari, quale pensi sia il modo migliore per aiutarlo?
- Che cosa ti ha disturbato in questo film, e perché?
- Che cosa ti ha lasciato questo film?
- In generale, che cosa hai imparato da questo film?